Smetto di fumare, ma non è un post del maggio 2005

Faccio solo un tiro, che cosa vuoi che succeda? È iniziata più o meno così, faccio un tiro oggi e uno domani. Poi ho cambiato casa e si può stare fuori e ottobre è stato mite e c’è un tavolo e una sedia e la sera è perfetto per stare lì con un libro o con l’iPad e un bicchiere di vino e davvero manca solo una sigaretta. E così ho preso la bici e sono uscito a cercare un tabaccaio e mi sono comprato il tabacco, le cartine, i filtri, un accendino. Che bello stare lì fuori con l’iPad e il vino e farsi una sigaretta. Che bella quella manualità e che cosa perfetta per chiudere la giornata. Tanto una alla sera che cosa vuoi che sia?

E poi è arrivato un giorno storto e dopo ne sono arrivati altri e non ho più aspettato la sera e la sedia e il vino e la manualità: fumavo e basta.

Così come un idiota ho ricominciato, dopo sei anni e mezzo. Una cosa che non credevo sarebbe mai successa, eppure. E soprattutto non credevo sarebbe mai successa sapendo che chi ricomincia passa sempre da quel “che cosa vuoi che succeda”. Smettere mi era sembrata una vittoria e un momento di crescita, ricominciare è stata decisamente una sconfitta. Che ho fatto fatica ad accettare, e anzi credo di non averla affatto accettata perché ogni volta che mi vedo in uno specchio mi dico che sono un cretino. Una sconfitta tanto umiliante, peraltro, che non l’ho detto a nessuno perché mi vergognavo. Quindi ho fumato di nascosto oppure di sera, una sigaretta dopo l’altra.

Poi ho iniziato a sentire odore di fumo sui vestiti e sulle mani e trovare tabacco nelle tasche e sentire puzza in casa e avere molto meno fiato per correre. Mi sono rivisto in quel tunnel e tra i disperati che fumano dentro gli aeroporti, in quelle stanze dove fa impressione anche solo pensare di entrare (e dove ovviamente sono finito anch’io) e a dipendere dall’apertura di un negozio eccetera. Mi sono visto invecchiare di colpo: tanto smettere forse mi ha permesso di ringiovanire un po’, altrettanto ricominciare mi avrebbe fatto prendere tutti i miei anni e forse anche gli altri. Mi sono ritrovato con quella tosse da fumatore. E forse un po’ di fatica in più a fare quella salita con la bici.

Quindi ok, ci riprovo. A smettere, intendo. Però son quelle cose che al di là del danno e della stupidità ti lasciano proprio, come ho detto, sconfitto. Perché adesso so che come è successo questa volta potrà succedere ancora. E perché è stata una debolezza che non mi sarei aspettato. E che sarà un inferno, essendoci già passato e ricordando quanto mi è costato. Quindi comunque vada a finire è stata una cosa davvero stupida che lascia un segno profondo e dovrò buttare quello specchio perché altrimenti una di queste mattine lo prendo a testate.

Il mio 2011, perché centoquaranta caratteri non bastano

e la conosci questa sensazione / questo senso di vuoto senza una ragione

È stato l’anno iniziato con la gente vestita di bianco sulla spiaggia di Rio e di quei giorni pieni di sole e di pioggia e di caldo che mi son portato dentro per tutti gli altri mesi e anche adesso, l’anno dei tatuaggi e del gusto di fare un regalo al proprio corpo, l’anno della riscoperta di Milano e della politica e della partecipazione e un maggio fantastico ed emozionante con tante persone belle, l’anno di un nuovo lavoro e cose da imparare e il confronto con esperienze diverse, l’anno delle stagioni che ci sono state per davvero e una primavera di luce e anche l’autunno mite e nebbioso, l’anno in cui non ho guardato nemmeno una partita di calcio e ho buttato la televisione e adesso non capisco molte delle cose di cui la gente parla, l’anno di un viaggio lungo e solitario per le strade d’America pensando di trovare anch’io la mia e mi sa che ho proprio bisogno di un navigatore, l’anno di allegre pattinate per la città e di ritorni a casa a tarda notte senza aver imparato a frenare e grazie perché qualche volta qualcuno mi ha raccolto per strada, e “strada” lo continuo a scrivere perché è stato il suo di anno, l’anno di un certo distacco dal mondo e forse dalle persone e la consapevolezza di essere considerato a volte uno snob o uno stronzo perché non ci sono non mi faccio sentire non rispondo, l’anno di un’altra nuova casa e magari è quella giusta perché è come stare lontano da tutto ma tutto è poi molto vicino e i vicini sono davvero matti, l’anno di nuove abitudini e pensare che le odio le abitudini e poi ci casco sempre, l’anno di tante conversazioni sparse di qua e di là e a volte l’ho trovato esaltante e altre volte faticoso e snervante con la voglia di prendere due tazze di tè appoggiarle sul tavolino e regalarsi un paio d’ore di fila di parole senza distrazioni, l’anno delle cravatte strette e corte, l’anno di alcune cose veramente stupide fatte senza pensarci e se non le voglio scrivere è perché in fondo ci penso sempre e vabbè, anche per questo l’anno in cui avrei dovuto imparare a perdonarmi, l’anno passato a leggere le cose del mondo su Twitter e a immaginarmi come potevano essere certe piazze e certi momenti.

e la conosci quella tentazione / quella voglia di fuggire senza una ragione

Ma è stato soprattutto l’anno della bici e se la nomino solo in fondo ci sarà un perché: il piacere intimo di fare una cosa solitaria a tratti, con tante persone attorno il più delle volte e persone così diverse tra loro e il senso di appartenere a una tribù che sta cambiando la città e lo sta facendo con gesti semplici e con le gare e con le gite e con i pomeriggi ad armeggiare con telai e corone. Insomma, grazie.

e la conosci bene questa sensazione / è una specie di ottimismo senza una ragione

Brunori Sas – Una domenica notte

Un post privato



 
Ci sono le parole, che pensi di saper usare. E anche le parole, che pensi di poter scrivere. E ancora le parole, che conosci una per una. E ci sono i momenti, i giorni, le settimane che non riesci mai a metterle insieme. Poi ti ricordi che una volta le scrivevi, e basta.

Dai commercianti di via Solari ai gestori del Magnolia: storie di una Milano che non cambia

La nuova amministrazione comunale di Milano sta mandando dei segnali che sono molto chiari: bisogna abituarsi a usare meno la macchina. Fa quello che tutti noi che abbiamo votato Pisapia ci saremmo aspettati facesse: la strada della discontinuità per portare Milano verso un futuro più sostenibile.
Nella mia lettera a Giuliano Pisapia scritta dopo la tragedia di Giacomo chiedevo di proteggere i ciclisti, perché portatori di un segnale indispensabile: Milano in bicicletta si può fare. Le cose non vanno mai esattamente come vorremmo e ognuno può trovare mille motivi per prendersela con il Sindaco, però ci sono fatti incontestabili: si percepisce che l’atteggiamento nei confronti delle automobili sta cambiando. Quel che il Sindaco non può fare è cambiare l’atteggiamento delle persone e comunque difficilmente può orientarlo nel giro di poche settimane. Quindi ci sono sempre gli idioti in doppia fila e gli arroganti che posteggiano sulle ciclabili “perché devono lavorare”. Però cresce probabilmente il numero di persone che li giudica tali e forse con il tempo riusciremo a farli sentire dalla parte del torto e forse avremo più sostegno nelle nostre piccole battaglie quotidiane per avere il diritto di girare questa città in modo diverso.
La tragedia di Giacomo ha trasformato via Solari in una sorta di simbolo per questa fase: da un lato quelli che hanno improvvisamente capito che si è trattato di un punto di non ritorno, dall’altro quelli che continuano a fare le proprie piccole vite piene di egoismi e pretese. Qualcuno mi ha detto che certe azioni sono una strumentalizzazione della tragedia. Io penso che assomiglino più a una donazione di organi, se posso permettermi un paragone un po’ forte: un modo per onorare la memoria di quel ragazzino milanese è proprio condurre una battaglia in suo nome. Che il sacrificio di Giacomo serva per poter far andare in giro sicuri tanti bambini della sua età e far stare tranquilli i loro genitori.

Ci sono cose che però non si possono chiedere al Sindaco o all’Amministrazione. Dipendono da noi. E se non le facciamo noi, nessuna azione o Legge o iniziativa servirà mai a nulla. Le proteste di (alcuni) commercianti e residenti di via Solari sono lì a testimoniare che il lavoro da fare è ancora lungo e che il Comune può costruire migliaia di chilometri di piste ciclabili e di corsie preferenziali, ma senza un cambiamento di atteggiamento non serviranno a nulla. Lo spazio per le auto a Milano è finito, non ci vuole molto per capirlo.

E non è finito solo lo spazio, è finito probailmente anche il tempo: l’inquinamento insostenibile di questi giorni è un ulteriore segnale, bisogna che cerchiamo di coglierlo. Sempre il Sindaco ieri ha scritto una lettera ai milanesi: ognuno faccia la sua parte, usate di meno la macchina.

Questo genere di appelli devono essere colti dai singoli, ovviamente, ma devono prima di tutto essere recepiti da quelle strutture che in città possono orientare le scelte dei singoli: tutti quelli che possono fare qualcosa per favorire l’uso della bicicletta (o dei pattini o dei mezzi pubblici o dei piedi) al posto della macchina hanno il dovere di farlo. Tra questi secondo me l’Arci dovrebbe essere in prima fila. Per i valori che dovrebbero stare alla base della sua esistenza, per il seguito che ha in città, per la presenza capillare sul territorio attraverso i circoli. Circoli che, tra l’altro, organizzano decine di eventi che attirano decine di persone. E queste persone come li raggiungono i vari circoli Arci?

La faccio breve: ieri sera al Magnolia per il concerto di Brunori Sas non ci hanno fatto entrare con la bicicletta. Non dentro il circolo, non volevamo salire sul palco, ma dentro lo spazio recintato del parco Idroscalo: volevamo avvicinarci un po’ per evitare di legare le bici sulla circonvallazione dell’Idroscalo, con tutto quello che ne consegue (le abbiamo ritrovate, ci è andata bene). C’erano alcune centinaia di persone e solo una decina di biciclette. Tutti gli altri in macchina. Se tutti devono fare la loro parte e se Arci dovrebbe essere in prima linea (dovrebbe, no? – nello Statuto vedo scritto: l’impegno a favore della realizzazione di una società eco-compatibile che faccia della difesa e della salvaguardia dell’ambiente, dell’ecosistema e della giustizia climatica l’architrave di una società e di un’economia sostenibile. La promozione delle fonti energetiche rinnovabili e il sostegno alla formazione di una coscienza ambientale) io mi aspetto che in circostanze come quelle di ieri chi arriva in bici non solo possa entrare, ma abbia una corsia preferenziale, che salti tutta la coda. Mi aspetto che chi arriva col biglietto dei mezzi pubblici abbia uno sconto. Mi aspetto idee per favorire l’uso di mezzi alternativi. Se poi ti chiami Arci e stai in un posto fuori dal mondo lo devi proprio fare, altrimenti un pezzo dell’inquinamento di questa notte è anche a carico tuo, lo hai provocato proprio tu.

Insomma, da un lato l’arroganza di certi personaggi di via Solari, dall’altro la scarsa sensibilità del Magnolia, la conclusione è che in queste condizioni dovevamo eleggere il mago Silvan e non Giuliano Pisapia.

Update: il Magnolia ha risposto su Facebook alle nostre lamentele; la risposta dal mio punto di vista è ancora più irritante, ma la segnalo per correttezza

Update2: mi ha telefonato il presidente del Magnolia, è stata una conversazione franca e interessante della quale gli voglio dare merito: siamo rimasti d’accordo di vederci presto per parlare di cose che possiamo fare insieme per favorire l’uso delle biciclette

Marrakech in a post


Colazione marocchina, i profumi del cibo al centro di questo viaggio

  • forse il vero post su Marrakech è un altro (e un altro ancora), ma non voglio rinunciare alla tradizione dei miei elenchi
  • perdersi è l’unico modo per girare nella Medina: lascia le mappe, le guide e tutto il resto – troverai quasi tutto senza cercarlo
  • annusare: le spremute di arancia, la frutta secca, la menta, la cannella, gli spiedini di carne, le olive, le crêpe, il pane, il pane, il pane
  • il pane!
  • Marrakech per me è la Medina, la città vecchia tra le mura; nella città nuova ho visto cose poco interessanti, come famosi giardini e inutili imitazioni occidentali
  • della colazione marocchina è stato già scritto alla perfezione in Dolci risvegli in Marocco (Le M’semmen invece, tra la pastasfoglia e la crêpe, sono assolutamente uno dei buoni motivi prendere e partire per Marrakech)
  • di là è chiuso, non si può andare, la piazza è da quella parte, il museo è di là: sorridi ai ragazzi che ti fermano, ma non gli dare retta
  • no, non fumo e no, non voglio fumo
  • il tè alla menta – e scopri la menta; il tè alla cannella
  • della piazza ho già detto quasi tutto
  • ho molto amato Istanbul, ma perfino il Gran Bazaar sarebbe un mercatino se confrontato con il souk di Marrakech
  • i taxi sono beige, come la polvere di molte strade nella città, che però è tutta rossa e rosa
  • parabole, come se fossero piovute – e telefoni per strada, con la gente che li usa
  • i negozi di telefoni, peraltro, sono ovunque e si chiamano teleboutique
  • i primi vicoli che ho visto mi hanno ricordato Prince of Persia, il videogioco
  • eh, dei vicoli non bisogna avere paura, anche se ogni tanto un po’ viene, soprattutto di sera
  • se scegli di stare in un riad nella Medina (scelta secondo me obbligata, gli alberghi moderni fuori dalle mura potrebbero essere ovunque nel mondo), dovrai per forza entrare in qualche vicolo ed esplorarlo fino in fondo, scoprendo che il tuo riad è proprio in quell’angolo che mai avresti immaginato e ovviamente non ci sarà alcun genere di cartello
  • annusare, gli odori, il cibo: tutto molto gastronomico qui – e i ristoranti? quelli che ho visto mi sono sembrati caricaturali, come li avrei potuti trovare in Italia; non sarà così, ma non mi sono piaciuti e alla fine ho mangiato sempre per strada
  • il verde dei prati, quelli che ci sono, è fosforescente
  • i ragazzi sono molto belli, dai 30 in poi invecchiano rapidamente e male
  • il clima a dicembre: t-shirt di giorno, felpa di sera, coperta di notte – cioè: perfetto
  • il tramonto è sempre malinconico, forse per preparare poi i suoni e i colori della sera, che invece è piena di vita e allegria
  • per un tragitto in taxi ti chiederanno 100 diram, tu tratterai per arrivare a 50 e ti sentirai molto figo, poi guarderai il tassametro che alla fine segnerà 6 diram e ti sentirai molto scemo – e infine vedrai che stai parlando di 50 centesimi e vabbè
  • tante Renault (4 e 5)
  • quando poi parti della carta d’imbarco scritta a mano in fondo non t’importa
  • (sono stato a Marrakech nel dicembre 2010)

Nella classifica delle città dove andrei a vivere domani, ecco: San Francisco, New York, Chicago, Vancouver, Boston, Amsterdam, Istanbul, San Diego, Marrakech, Barcelona, Seattle, Reykjavik, Londra, Lisbona, Atene, Parigi, Honolulu, Dubai, Copenhagen, Madrid, Porto, Helsinki, Las Vegas, Los Angeles, Tokyo, Zurigo, Hong Kong

Le altre city-in-a-post: Amsterdam, Barcelona, Chicago, Copenhagen, Dubai, Gili Trawangan, Hawaii, Helsinki, Hong Kong, Istanbul, Lisbona, London, New York (+), Porto, San Francisco, Seattle, Tokyo, Vancouver, Zurigo

Caro Giuliano, se non proteggi i ciclisti poi sarà anche colpa tua (e non certo perché non hai il budget per fare le ciclabili)

Caro Giuliano,

ti avevo scritto questo post-lettera qualche settimana fa; era rimasto in bozza in attesa di rileggerlo, limarlo, sistemarlo: venuto fuori sull’onda emotiva di una serie di incidenti, non volevo risentisse troppo, appunto, di commozione ed emozione per la gente morta in bici (e a piedi).
Poi ieri un ragazzino di 12 anni (12 anni!), che tornava a casa in bici dall’oratorio, è stato investito e ucciso da un tram in via Solari: è finito sotto probabilmente per evitare l’apertura della portiera di una macchina posteggiata in seconda fila (Ragazzino di 12 anni in bici travolto e ucciso da un tram).

Cosa devo aggiungere, caro Giuliano? Io trattengo la voglia che ho di uscire e andare a sfondare un po’ di specchietti di macchine in seconda fila, tu devi fare qualcosa. Adesso. Credo dovresti fare quello che ti ho scritto, cioè diramare raccomandazioni continue e incessanti e pesanti: tutti devono proteggere i ciclisti e devono reprimere pesantemente i comportamenti pericolosi delle automobili.

Devi fare qualcosa caro Giuliano, altrimenti sarà anche colpa tua. E non certo perché non avrai fatto un altro pezzo inutile di una pista ciclabile inutile, ma perché non avrai avuto il coraggio di dire che la strada non è solo delle automobili e che i ciclisti vanno protetti.

 
 
 

Milano, 14 ottobre 2011

Caro Giuliano,

ti scrivo per chiedere il tuo aiuto e la tua protezione. La protezione della città e delle sue istituzioni. Sono un ciclista, vado in bicicletta ogni volta che posso, cioè quasi sempre. Sono un ciclista indisciplinato: passo col semaforo rosso, non mi fermo agli stop, vado contromano. Forse per questo sono antipatico, molti di noi sono antipatici. Lo ammetto: è un errore. Però in molte circostanze sono costretto a essere così, per difendermi.

Caro Giuliano, tu devi trasmettere un messaggio chiaro e forte alla Polizia della città, ai guidatori dei mezzi Atm, a chi fa lavori sulle strade e la manutenzione dell’asfalto e dei tombini: i ciclisti vanno protetti. Tu mi devi proteggere. Perché pur essendo indisciplinato e forse antipatico io rappresento una speranza per questa città, noi che andiamo in bicicletta ogni volta che possiamo siamo un passaporto per il futuro. Prova a immaginarti Milano col doppio dei ciclisti che ci sono oggi. Siamo una speranza perché possiamo dare una risposta al traffico, all’inquinamento, all’isterismo, al cattivo umore.

Non ti sto a citare numeri e dati: avrai uffici che te li possono procurare e li potrai analizzare con calma. Guarda quanti ciclisti sono morti o hanno avuto incidenti nella tua città negli ultimi 12 mesi. E quanti pedoni. E poi, caro Giuliano, guardati attorno: ci sono troppe macchine e vanno troppo veloci. Noi ti aiutiamo a risolvere il primo problema, tu devi (e dico proprio DEVI) risolvere il secondo. Perché basta stare un po’ in strada per capire che il primo, vero, tema è la velocità delle automobili. Certo, non è l’unico, ma è quello che potrebbe essere facilmente risolto e fare la differenza.

Caro Giuliano, ieri sera una pattuglia dei Carabinieri mi ha fermato perché stavo facendo servizio d’ordine a Critical Mass, impedendo che le macchine potessero attraversare un corteo di 400 biciclette (andate a portare un fiore a Pier Luigi Todisco, giornalista della Gazzetta investito e ucciso mentre era in bicicletta in viale Sarca, qualche giorno fa); i Carabinieri se la sono presa con me perché facevo quel che in realtà avrebbero dovuto fare loro: proteggere i ciclisti. E se la sono presa con me per il più classico e triste dei motivi: ero il più debole.

Caro Giuliano, credo che in molti se la prendano con i ciclisti perché non hanno il coraggio di prendersela con gli automobilisti. Vorrei che tu non facessi parte di questo gruppo.

Questa mattina un vigile mi ha inseguito e fermato perché ho percorso 200 metri di via Corelli contromano: l’ho fatto perché sulla mia corsia stavano mettendo l’asfalto fresco, quindi prima mi sono preso schizzi e polvere e sassi dei macchinari, poi sono stato costretto ad andare sull’altra corsia, per non rimanere impantanato nell’asfalto fresco. Il tutto sotto gli occhi di due vigili che non si sono minimamente preoccupati di avvisarmi, aiutarmi, appunto proteggermi. Quello che invece mi ha poi inseguito mi voleva multare: una situazione paradossale perché mentre discutevano ai lati della strada le macchine passavano a tutta velocità al nostro fianco.

Non so se tu vai in bicicletta, Giuliano, lascia che ti racconti un itinerario qualsiasi in città: i bordi delle strade sono spesso impraticabili con buche e tombini e fondo irregolare, per non dire dei vetri che si accumulano nel tempo; pedalare vicino alle macchine posteggiate è pericoloso, quasi tutti aprono la portiera senza guardare oppure escono dal posteggio spostandosi di quel tanto che è ininfluente se sei in macchina ma pericolosissimo se sei in bici; quindi meglio pedalare in mezzo alla strada, a distanza di sicurezza, che però diventa pericoloso a causa di quelli che arrivano (sempre viaggiando ben oltre i 50 km orari o comunque oltre le condizioni di sicurezza) a tutta velocità alle tue spalle e – nella migliore delle ipotesi – iniziano a suonarti e pressarti, poi ti superano e spesso ti insultano e ti citano il codice della strada. Oltre ai danni, le beffe.

Sulle condizioni delle piste ciclabili stendo un velo pietoso (e comunque quel pasticcio di Porta Venezia è lì da quasi 2 mesi, non un gran biglietto da visita per la credibilità di chi dice di volere una Milano più a misura di bici), mentre ti vorrei raccontare dei lavori che in qualche modo hanno un impatto sulla strada: chi fa manutenzione, scava, ripara, taglia alberi, fa lavori di qualsiasi genere tende sempre a considerare di mettere in sicurezza la zona per chi viaggia in automobile. Non viene minimamente preso in considerazione il fatto che la strada possa essere occupata anche da altri mezzi. Hai mai provato un incontro ravvicinato in bicicletta con un veicolo Amsa di quelli che fanno la pulizia della strada? O pedalare dove sono stati potati degli alberi?

Caro Giuliano, in questi ultimi 2 mesi ci sono stati un sacco di incidenti che hanno coinvolto ciclisti e pedoni. Se tu non fai arrivare un messaggio forte in molti rinunceranno perché hanno, giustamente, paura. L’altra sera tornando a casa ho assistito all’investimento di un settantenne sulla pista ciclabile (!) di via Corelli: una macchina è uscita da un passo carraio senza guardare e l’ha preso in pieno.

Interessante l’incontro organizzato dal tuo assessore con Ciclobby per parlare della Milano ciclabile che potrebbe essere, però non basta e non risolve il tema di oggi. Per quello serve un tuo intervento forte, attraverso i canali che saprai trovare, perché tutti sappiano che la priorità è la protezione dei ciclisti. E costringere le automobili ad andare più piano: non state facendo nulla in questa direzione, nulla di visibile. Non ricordo l’ultima volta che ho visto un’automobile fermata per eccesso di velocità o guida pericolosa, per non dire della sosta in seconda fila. Certo, lo so, ci sono troppe macchine. Per questo devi far arrivare il messaggio forte: i ciclisti vanno protetti perché sono rari e preziosi. Come puoi pensare che la gente decida di abbandonare l’automobile se tutto gira attorno a quella? Se tutto è organizzato in funzione di quella? Se siete tolleranti con i pirati e ve la prendete con i ciclisti?

Caro Giuliano, quello che ti chiedo lo puoi fare anche subito: non servono soldi, non servono accordi, non servono trattative. Devi solo far arrivare il tuo messaggio forte alle persone giuste: proteggete i ciclisti.

Con stima.

Foursquare: sei una delusione (e ci stai usando)

Ho smesso da qualche giorno di usare Foursquare, e mi sento meglio. Ho smesso, come a suo tempo smisi di usare FriendFeed, per prendere una boccata d’aria, ma anche perché penso che Foursquare non si meriti più i miei dati. Un servizio del genere deve essere basato sullo scambio: io ti aiuto a costruire una mappa formidabile e aggiornatissima di migliaia di location in tutto il mondo e tu in cambio mi procuri offerte, occasioni, consigli imperdibili e quant’altro.
Foursquare secondo me ha tradito questo patto non scritto e la maggior parte delle sue offerte sono un vero pacco: se si verifica un certo allineamento di pianeti, il sindaco è presente e piove (leggermente) allora puoi avere lo sconto dello 0,5% sul prezzo di tutti i bicchieri (da vino) di cristallo ungherese. Ma anche: no, grazie.

L’estate scorsa, a New York, avevo intravisto le potenzialità del servizio: ovunque facessi check in c’era qualcosa di interessante lì vicino, ho anche fatto un giorno in palestra senza spendere nulla. Ma già al rientro in Italia, a Milano, avevo visto che il servizio non prendeva davvero piede dal punto di vista delle offerte. Quest’estate, poi, l’ho usato in modo intensivo nel mio lungo viaggio in giro per gli Usa e non ho mai, dico mai, visto un’occasione interessante o una segnalazione che meritasse di essere letta. Nelle grandi città e in provincia: molta fuffa, niente sostanza.

Poi naturalmente Foursquare diventerà un’azienda fortissima e si comprerà Facebook e farà cose interessanti e bellissime, però per il momento è una reale delusione e secondo me non merita i nostri dati, non merita il nostro lavoro di mappatura delle città. Che se lo paghino.

C’è una busta per te

Dunque, dicevo, ho qui i diari di papà. In questo anno li ho letti a momenti, ma non li ho finiti. Sono lì sulla scrivania, li guardo sempre con curiosità e apprensione. Stasera mentre li stavo mettendo via per il prossimo trasloco mi sono ritrovato tra le mani la dedica. Anzi, le dediche. Ci sono io, e va bene. Cioè non va bene nemmeno quella perché insomma leggere delle richieste di perdono per cose successe 50 anni fa mi ha lasciato così senza tante parole, tra l’altro perdono legato a un certo modo di essere nomade e irrequieto che evidentemente io ho ereditato in forma perfino più evoluta, però va bene. Quello che non va bene sono le altre due dediche, perché forse quelle persone avrebbero davvero bisogno di capire e di spiegazioni e di racconti, ma io non so se ho tanta voglia di accompagnarle in questo viaggio. Porterò i diari da qualcuno che li trascriva e poi preparerò due buste e poi deciderò se consegnarle a mano oppure spedirle.

Usa 2011: il viaggio dei luoghi abbandonati e delle persone gentili


Trenta giorni di viaggio in una (sola) foto: io ho scelto questa. La bottiglia d’acqua e lo zaino hanno accompagnato anche me tutti i giorni tutto il giorno e tutte le notti; lo skate per quel modo di essere tribù che ho trovato in tante città e per i giovani americani quasi indisciplinati con molti tattoo e non molti piercing e perché lo skate e le bici ecco; Venice Beach (dove è stata scattata) perché quelle di Los Angeles restano le spiagge più belle; sneakers shorts e tutta l’informalità di questo Paese; il bianco e nero perché questo è stato anche il viaggio del ricordo; quelle mani che parlano perché qui si parla un sacco e con tutti; la solitudine.

Visto che qualcuno me lo ha chiesto: no, non mi sono divertito. Non è stato un viaggio divertente, è stato un viaggio molto bello e pieno di cose. Ho visto così tante città, luoghi, persone, alberghi, strade, motel, negozi, tramonti da rimanerne a volte stordito e adesso faccio fatica a mettere tutto a fuoco. Dall’umidità afosa insopportabile del midwest a quella marina appena più leggera di Miami: in mezzo, migliaia di miglia e tante cose scritte qui, su pezzi di carta, su Twitter, sul mio quaderno di viaggio, sull’iPhone, negli appunti mentali vicino alle fotografie. Mi ci vorrà del tempo. Però provo a fare un riassunto, intanto, per numeri:

  • 1 iPhone: compagno magico di viaggio, indispensabile non dice tutto
  • 2 parti: automobile sulla Route 66 da Chicago a Los Angeles prima, un aereo, di nuovo in macchina da Austin a Miami poi
  • 13 stati: Illinois, Missouri, Oklahoma, Kansas, Texas, New Mexico, Arizona, Nevada, California, (Texas), Louisiana, Alabama, Mississippi, Florida
  • 1 orrenda notizia dall’Italia: un abbraccio e carpe diem, “quello che ci siamo sempre detti”
  • 4.791 miglia: 2.903 nella prima parte, 1.888 nella seconda (7.700 chilometri in tutto)
  • 1 numero di telefono: (312) 404-6486
  • 3 mari: Oceano Pacifico, Golfo del Messico, Oceano Atlantico
  • 15 alberghi: molti (squallidi) Motel (6), 2 hotel fighi ad Austin e Miami Beach
  • 165 galloni di benzina: prezzo medio 3,64311 dollari al gallone
  • 1 hashtag: #usa2011 e viva Twitter
  • 6 grandi città: Chicago, Las Vegas, Los Angeles, Austin, New Orleans, Miami
  • 1 appartamento: 7543 Norton Ave, West Hollywood, 90046 CA
  • 4 acronimi: SoCo (South Congress, una delle vie più vive di Austin), WeHo (West Hollywood, zona di Los Angeles), NoLa (New Orleans, Louisiana), SoBe (South Beach, una parte di Miami Beach)
  • 2 fiumi (diversissimi): Colorado, Mississippi
  • 4 fusi orari: Pacific Time, Mountain Time, Central Time, Eastern Time
  • 12 cose da ricordare (faticosamente selezionate e messe in ordine): la Route 66 sepolta nel Petrified Forest National Park, i graffiti sulle case di Katrina, 12 km di corsa a piedi nudi sulla spiaggia di Los Angeles, Austin-tutta-Austin, la Route 66 nel deserto ad Amboy, le basi di lancio delle missioni Apollo, l’arrivo a Santa Monica col Pacifico là davanti, il cimitero di Williams, il mondo tutto art deco di Miami Beach, i viali alberati di New Orleans e sei subito a Via col Vento, il Cadillac Ranch di Amarillo, l’arco di St. Louis
  • 1 tattoo: (the) lonely star (state)
  • 6 sorprese: St. Louis, Austin, New Orleans, Miami Beach, le birre, la copertura cellulare
  • 5 delusioni: Key West, la Florida in generale, il clima umido, la fine dei giornali, la faccia turistica di Albuquerque e Santa Fe

E adesso che ho visto (quasi) tutta l’America e (quasi) tutti gli Stati e (quasi) tutte le grandi città? Continuo a essere innamorato senza riserve di San Francisco, New York resta fuori concorso e categoria, l’Arizona lo stato più bello (dopo le Hawaii), il clima a Los Angeles fa la differenza, il Midwest è un inferno, se avessi tra 18 e 28/30 anni (e un cane) andrei ad Austin per la musica e perché si ascoltano nell’aria innovazione idee cose così, in Florida sorge il sole ed è un immenso parco naturale ma ha poca personalità l’oceano è troppo troppo caldo e ci sono troppi troppi vecchi però la Miami Beach tutta art deco vale da sola il viaggio, Chicago è la città più bella degli Stati Uniti e New Orleans è un gioiello commovente e i segni di Katrina non te li dimentichi più, la crisi economica di questo Paese un’esperienza quotidiana e continua perfettamente rappresentata dagli all-you-can-eat cinesi a 9,99 dollari che stanno invadendo tutta la provincia (e fa tenerezza e paura vedere gli americani costretti ad accettare un cibo in qualche modo straniero pur di mantenere vivo il loro modello basato sull’abbondanza estrema sul large big tall maxi super).

Luoghi abbandonati come i motel e le stazioni di servizio e gli agglomerati urbani sulla vecchia Route 66, tagliati fuori da nuovi percorsi delle strade, che portano la gente lontano e fanno morire piccole attività o intere comunità; è vero che i grandi spiazzi pieni di motel e stazioni di servizio ci sono anche adesso, ma sono appunto cose col nulla attorno, manca il nucleo urbano. E poi molti di questi nuovi luoghi sono anch’essi abbandonati, a loro volta tagliati fuori da nuovi itinerari, dalla recessione forse, dagli aerei.
Luoghi abbandonati per la crisi, tanti, in tutto il Paese. Cartelli di vendita, affitto, cessione di attività commerciali. Non è solo che chiude un deli o una laundry, è che per un Paese tutto basato sul commercio quando iniziano a chiudere gli esercizi commerciali inizia a morire tutta la zona. Si vedono un sacco di questi isolati con spazi dove una volta c’erano negozi e attorno case e palazzine abbandonate a loro volta. Non solo per la crisi, da New Orleans andando verso est si attraversano le zone dove sono passati gli uragani Katrina e Rita e anche qui si riconosce il meccanismo: la gente va via, chiudono le attività, la gente va via. E tanti abbandoni anche nei posti di villeggiatura lungo tutta la costa della Florida. Ogni tanto mi dicevo: “bella questa cosa abbandonata, ora la fotografo” pensando di essere ancora sulla Route 66, invece ero da un’altra parte.

Abbandonati i giornali, che sono semplicemente spariti. Non se ne vedono più, la gente non li ha in mano, nei supermercati sono nascosti quasi come le sigarette (ah, secondo me stanno fumando di più gli americani, ma non ho guardato dati è un’impressione così a occhio), non ci sono in spiaggia. Perfino negli aeroporti stanno sparendo le pareti piene di riviste. Dei quotidiani manco a parlarne, forse si salvano ancora i libri. Tutto ciò sostituito da…? Certamente smartphone e tablet, ma non basta. Nel senso: ancora non si vede la cosa che sostituirà i giornali, sempre ammesso che possa mai esistere.

Le persone gentili sono loro, gli americani. Non è che sia una novità, ma appunto adesso ho visto (quasi) tutto e loro sono così (quasi) dappertutto. Gentili, poi, non è nemmeno quello, è la predisposizione positiva ai rapporti umani, è sorridere e salutare le persone che si incontrano per strada (ma non in ascensore, e quando mai capirò perché), è fermarsi sempre e comunque se ti vedono in difficoltà. Le persone gentili perché guidano in modo sereno, perché per strada non ti senti mai in pericolo, perché non sono mai isterici. Poi non è solo gentilezza, è quel modo di essere informali: gli uomini americani di tutte le età con i pantaloni corti e una maglietta a qualsiasi ora del giorno e della sera, che cercano di metterti sempre a tuo agio. Un’espressione che ho sentito tante volte in questo viaggio: to be down to the earth. Ecco: così.

E inoltre:

Usa 2011: da Barstow (California) a Los Angeles (California) e la Route 66 è finita


Santa Monica, California: la Route 66 finisce qui, davanti all’Oceano Pacifico

E così sono arrivato. La Route 66 finisce (o inizia, secondo una versione perversa del viaggio) a Santa Monica, in California. Precisamente alla fine di Santa Monica Boulevard, che dopo aver attraversato quasi tutta Los Angeles arriva in faccia all’Oceano Pacifico, incrociando Ocean Drive. C’è un parco, qui lungo la strada, e nel parco una targa che ricorda la strada (ci sono anche un pessimo chiosco di cianfrusaglie e, direttamente sul molto di Santa Monica, una ridicola targa “66 – end of trial” sotto la quale tutti si fanno fotografare senza ovviamente aver fatto nemmeno un metro della strada).
Quando ho visto il Pacifico sbucare là in fondo e poi affacciandomi sul parco e vedendolo lì davanti a me ho pianto un sacco. In parte stanchezza, di più sincera emozione: per quanto non sia un’impresa (guidare, alla fine, di questo si tratta) è comunque pur sempre un traguardo. E una cosa che mi serve per stare più sereno circa tutte quelle cose che voglio fare e che sono spaventato all’idea di continuare a rimandare. A parte il fatto che siano belle (e la Route 66 è bellissima) o brutte esperienze, sono percorsi.

Ma quindi, ne vale la pena? Secondo me sì se:

  • ovviamente se si ama viaggiare, può durare una settimana (il tempo giusto) o un mese, ma comunque son giorni al volante (o al manubrio)
  • se si ama molto questo Paese, perché alla partenza e all’arrivo ci sono metropoli, ma in mezzo c’è tanta, direi tutta, provincia americana
  • se si può accettare che il proprio immaginario, le tante foto viste, i racconti, la retorica attorno alle Rouet 66, tutto venga messo in discussione ogni giorno e più volte in un giorno perché la Route 66 è vintage, squallore, abbandono, memoria, orgoglio, sporcizia, pericolo, solitudine, colori, neon, confine, paesaggi, grandi spazi deserti, piccoli centri pieni di gente davvero è tutte queste cose insieme
  • se si cerca qualcosa, la risposta a una tua domanda, legato al tempo: lo scorrere del, il passato, il futuro

Adesso mi butto dentro Los Angeles, cercando di capire come mai non mi era piaciuta.

Da Barstow (California) a Los Angeles (California) – 9 agosto, 168 miglia (2.713 totali)

  • Corvette gialle, e rosse
  • compagni di strada: iPhone, treni, la I55, la I40
  • da giocare quindi al lotto: 40 55 66
  • note americane: i body shop sono negozi per le automobili, cioè carrozzerie
  • costo di un taglio di capelli (il mio, con la macchinetta): 9 dollari nel nulla della provincia, 13 dollari avvicinandosi alle città, da 50 a 70 dollari a Los Angeles e Las Vegas
  • la California si sente, eccome: l’aria e la luce e la vegetazione; all’improvviso capisco che cosa si poteva provare nel fare un viaggio simile arrivando quaggiù da lassù

Social / 1: quel che non scrivo qui è probabilmente su Twitter
Social / 2: le foto del viaggio per ora le sto mettendo su Facebook, pubbliche, poi farò un album migliore