Milano, inquinamento alle stelle: usate la bicicletta per abbassarlo, poi ricominciate a usare l’auto finché non arriviamo di nuovo al limite

Oggi e domani a Milano il bike sharing è gratuito: una misura contro l’inquinamento che in questi giorni sta superando i limiti di guardia.

C’è qualcosa di beffardo e irritante in questa misura. Un provvedimento beffardo per chi usa la bici (o va a piedi o usa i mezzi) tutti i giorni, tutto l’anno, e subisce le conseguenze del comportamento di chi, invece, usa l’automobile anche per fare 500 metri: basterebbe che il 30% di quelli che non hanno reali necessità di spostarsi in macchina facesse scelte alternative per avere un’aria migliore, strade più libere e quant’altro, tutte cose ovvie che sappiamo tutti.

Ma soprattutto è un provvedimento irritante perché la bici sembra essere scoperta all’improvviso, una carta da giocarsi come mossa disperata, dopo che in questi anni poco o niente è stato fatto per costruire una città diversa. Perché la bicicletta o la mobilità dolce o un nuovo assetto degli spostamenti e degli spazi – chiamatelo come volete – non è mai entrata davvero nella cosiddetta agenda politica, ma è sempre stata affrontata come il tema di singoli assessorati. Eppure ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che per invertire i rapporti, per rendere davvero significativo il numero di spostamenti che avvengono con mezzi diversi dall’automobile non si passa tanto per le piste ciclabili o le rastrelliere o il car sharing o le Zone30 a macchia di leopardo, bensì per un nuovo progetto di città, dove il tema della mobilità e degli spazi per le persone sia al centro.

Invece si fanno le domeniche a piedi e poi si annullano se piove (messaggio che arriva: col brutto tempo è indispensabile l’automobile), si fa AreaC e poi i “giovedì dello shopping” (messaggio che arriva: se devi fare compere serve l’automobile in centro), si fanno le Zone30 ma non sulle vie più trafficate (messaggio che arriva: qui vai pure a 70 km all’ora serenamente), si fanno mille altre cose ma sempre con l’idea di fondo che non bisogna disturbare troppo il guidatore. E d’altra parte ognuno di noi può testimoniare dal proprio quartiere la tolleranza assoluta che regna nei confronti degli automobilisti che si comportano in modo scorretto: velocità sconsiderate, nessun rispetto delle strisce pedonali, parcheggio in seconda fila, sul marciapiede, sugli scivoli (e anche su questo: ottime le nuove iniziative contro le barriere architettoniche, ma irritanti se poi non si ritira la patente o si sequestra l’auto a chi la mette “due minuti” sugli scivoli per andare a bere il caffè).

E per tanti messaggi ambigui che arrivano ce ne sono altri che invece non arrivano proprio: bambini investiti sulle strisce pedonali che sono passati via come se nulla fosse successo, “capita”.

Milano oggi è senz’altro amica delle biciclette, ma è quel tipo di amicizia da pacca sulla spalla, c’è quel tipo di attenzione quasi di maniera, quella che si riserva a qualcuno che ti è simpatico, ma che in fondo non consideri davvero importante, come quando stai parlando con una persona e poi ne arriva un’altra che ti interessa veramente e ti precipiti subito da lei. Ecco, è così: Milano crede ancora che l’automobile sia il centro della vita cittadina, il motore della sua produttività, l’elemento indispensabile per lo sviluppo del commercio e dell’economia. Salvo poi chiedere, per favore, di usare la bicicletta quando le conseguenze di quell’azione (o non azione) politica portano il Pm10 oltre la soglia.

Massa marmocchi e il figlio che non ho avuto

In bici a scuola a Milano
Poi un giorno ti capita davanti una fotografia e ti accorgi che potresti essere un buon padre.

Non che non ci abbia mai pensato in questi anni, anzi. Mi ricordo che quando ero molto giovane, verso i venti, mi ero fissato che avrei dovuto avere un figlio prestissimo, per fare in modo che fosse già adulto durante i miei quaranta. Il progetto non è andato in porto, per una lunga serie di ragioni.
Ho smesso di pensarci quando mi sono reso conto che non avrebbe mai avuto una madre, ma semmai un altro padre, e credo poi di essermi arreso di fronte alla montagna di difficoltà che due genitori omosessuali avrebbero dovuto affrontare nell’Italia di fine secolo scorso. E di quanto queste avrebbero potuto condizionare la crescita serena di un figlio.

Le storie di amici eterosessuali che sono passati attraverso il calvario di un’adozione, poi, mi hanno definitivamente convinto che sarebbe stata necessaria una determinazione titanica, fuori dalla mia portata. Anche perché, diciamolo, i bambini a me non sono mai piaciuti. Quelli degli altri, almeno.

Si tratta, evidentemente, di un’affermazione molto sciocca, un tentativo di nascondere da qualche parte la voglia di far crescere qualcuno vicino a te, di dare un senso a quel desiderio di cambiare il mondo che non ti ha mai abbandonato: farlo per lui.

Quando, qualche mese fa, ho iniziato ad accompagnare a scuola i bambini in bicicletta, credevo che il piacere di alzarsi presto e attraversare la città per poi tornare a casa di corsa fosse legato appunto alla bici. Oppure al fatto di stare insieme a tanti amici. In altre parole, che anche se si fosse trattato di accompagnare delle scimmie ammaestrate oppure consegnare una scatola di coriandoli, ecco sarebbe stata la stessa cosa. Invece con il passare delle settimane ho scoperto che i bambini mi piacciono assai. Anche quelli degli altri.

Tutti stiamo perdendo qualcosa non permettendo a tanti che invece lo vorrebbero di crescere le donne e gli uomini di domani. Tutti stiamo perdendo qualcosa e alcuni di noi stanno perdendo qualcosa in più, ma riconosco che abbiamo le nostre colpe quando ci arrendiamo davanti alle grandi (non) decisioni politiche e ai piccoli ragionamenti che sentiamo al bar nelle mattine di un giorno qualsiasi: “ho tanti amici gay, ma” oppure “non ho niente contro i gay, ma sui figli ecco ma però” eccetera.

Io forse mi sono arreso, ma se non altro posso pensare che quel desiderio di cambiare il mondo ha un senso per loro, per quei bambini in bicicletta la mattina a Milano.

Il sindaco Giuliano Pisapia che non mi piace, quando assomiglia a un qualsiasi commentatore di quotidiani

Premetto che sono un sostenitore del sindaco Giuliano Pisapia, che lo stimo come persona, e che spero davvero di poterlo votare ancora alle prossime elezioni con lo stesso entusiasmo con il quale l’ho votato la volta scorsa. Dico spero perché al momento quell’entusiasmo non c’è, ma so che i bilanci vanno fatti a tempo debito e questo non è ancora quel momento. Ci sono molte cose che non mi sono piaciute in questi anni, in particolare sul tema ampio degli spazi della città, ma non voglio fare ora un’analisi che sarebbe ancora troppo parziale.
Detto questo, però, devo dire che l’intervista pubblicata oggi su RadioBici non mi è piaciuta per nulla. Non mi è piaciuta la vaghezza attorno al tema dell’allargamento di AreaC (il programma è in prospettiva quello di arrivare a un’estensione: è una non risposta, tanto vale dire di no, che è una risposta lecita, ma almeno è una risposta), ma soprattutto non mi è piaciuta questa frase:

Lo dico da ciclista ai ciclisti che forse bisogna fare più attenzione a rispettare le regole.

Questo è un’affermazione degna del peggior commentatore del Corriere della Sera, quello che a ogni notizia che riguarda la ciclabilità tira fuori l’indisciplina dei pedalatori; non è un’affermazione da sindaco, a maggior ragione se dichiara di lavorare per far diventare Milano la città europea dei ciclisti (un mezzo sorriso, amaro, ci sta).

Il sindaco inserisce la sua richiesta in un ragionamento più ampio sull’alleanza che ci deve essere tra pedoni e ciclisti contro l’abuso dell’automobile privata, che è un tema sacrosanto, ma la risposta ai ciclisti che vanno sul marciapiede (e da qui i conflitti con i pedoni) non può essere invocare il rispetto delle regole, deve essere rendere la strade un luogo sicuro per tutti. Il conflitto si genera perché c’è un abuso degli spazi da parte dei mezzi a motore, abuso rispetto al quale poco o nulla è successo in questi anni. Anzi, vige un clima di tolleranza rispetto a una serie di comportamenti apparentemente innocui, ma nella sostanza molto pericolosi (sosta selvaggia e velocità in particolare). E non sto nemmeno a ricordare che a Milano non c’è trasparenza sulla situazione delle multe (tranne quando si tratta di fumo negli occhi a uso dei media), fatto che trasforma in aria fritta qualsiasi ragionamento sul rispetto delle regole.

Io poi non ho accesso ai dati dei pronto soccorso, ma credo che per il sindaco non sarà un problema farsi dare il numero di feriti provocati dalle auto e di quelli provocati dalle biciclette: se ci dovessero risultati che negano l’evidenza, farò ammenda.

Sarò il primo firmatario di una politica di seria repressione dei comportamenti irregolari dei ciclisti, il giorno in cui avremo ridato le strade alle persone della città.

L’intervista integrale:

Io non mi sto preparando, e in fondo non c’è novità

Fino all’anno scorso potevo far finta di nulla, non sono mai stato forte in matematica. Ma adesso è dura: 2014-1964 fa 50. Potrebbe anche fare 60, con un calcolo frettoloso, quindi meglio affrontarla subito. Cinquantanni. Quando hai 20 anni quelli di 30 ti sembrano dei nonni, a 30 se hai visto l’Ultimo Bacio pensi al suicidio, a 40 non pensi più perché sei troppo impegnato a correre, a metterti creme, a star dietro a questa o quella ipocondria del momento. Ma a 50 che cosa devi fare o pensare? Boh, io non lo so.

Io penso solo che non sono pronto. Che il mondo come sarà tra 30 anni lo vorrei vedere da lucido, capace di muovermi, possibilmente su una bici a scatto fisso, capace di usare l’iPhone 19 senza bisogno di una badante. Penso ai luoghi che non ho ancora visto e che non esiste rimandare ogni anno il foliage nel New England solo perché capita in periodo poco compatibile con le ferie, per non dire di quelli che devo vedere meglio.

L’unica strada è fare in modo che per il mondo come sarà tra 30 anni non sia necessario aspettare proprio 30 anni. Costruire il futuro, subito però.

Come mi piacciono i tweet-birth-day!

Da quanto tempo su Twitter

Compio sette anni, tanti auguri a me.

Lasciare l’India è complicato, non solo emotivamente

Io negli aeroporti ci vivrei, per dire quanto mi piacciono, quindi è raro che a quei luoghi di partenze e sogni siano legati brutti ricordi, a parte Mumbai.

Siamo partiti subito male, quando tentando di fare il check-in on line è comparsa una scritta tipo: l’aeroporto dal quale si parte richiede procedure di controllo che impediscono di stampare la carta d’imbarco. Uhm.

Arriviamo all’aeroporto all’una meno un quarto (di notte), riusciamo a essere davanti all’ingresso dell’area Emirates all’una e venti (di notte): servono più di 35 minuti in macchina per fare i 100 metri della rampa che conduce alle partenze internazionali, tra ingorghi causati da pullmann che si fermano in mezzo alla strada e gincane attraverso sbarramenti messi dall’esercito – che presidia in forze – per controllare gli accessi.

Per entrare nel terminal c’è una coda lunghissima, usiamo – vergognandoci, sì – lo stile indiano e la saltiamo quasi tutta con disinvoltura, fino a quando non ci troviamo davanti a un militare che controlla i passaporti e pretende che tutti abbiano un biglietto stampato, anche se viaggiano con e-ticket. Per fortuna avevo fatto una foto col telefono e riusciamo a passare anche con quella; due ragazzi americani vengono invece spediti in un non-meglio-precisato spazio esterno all’aeroporto dove rilasciano permessi cartacei speciali per entrare. Loro allibiti, noi pure; ma entriamo.

Il mezzo check-in on line fatto ci proietta verso l’apposita coda ai banchi Emirates, non prima di aver passato un altro controllo (su lunghissimi tabulati) dal quale risultava che, sì, effettivamente avevamo i titoli per presentarci lì e non da un’altra parte. Arriva il nostro turno, consegniamo i passaporti e succede l’inverosimile; il tipo li sfoglia, poi ci guarda, e:

Ma voi cosa siete, amici?

Gli stiamo per saltare alla gola, lui se ne accorge e archivia rapidamente la domanda. Però ne pone un’altra ancora più ridicola:

Avete una copia degli e-ticket?

Gli spieghiamo il significato della lettera “e” prima di “ticket” e archivia anche la seconda domanda. Dopo 10 minuti abbiamo finito e iniziamo a cercare i consueti cartelli “imbarchi”. Invece ci sono i cartelli “immigration”. Ma no, non può essere per noi, non stiamo immigrando. E invece sì, c’è un bel salone con milioni di persone in coda per emigrare. Nei tre quarti d’ora che ci mettiamo per arrivare in fondo svariati incaricati delle varie compagnie aeree vengono a cercarsi i passeggeri uno a uno (“anyone for the Ba flight to Heathrow?”, “people travelling to Sydney tonight?”), cioè quei poveretti che si sono presentati in aeroporto in tempi compatibili con qualsiasi altra procedura, ma non con queste.

Otteniamo il nostro timbro, passiamo un altro controllo passaporti in mezzo a un corridoio, arriviamo finalmente alla security. Sappiatelo, la cosa più importante quando si viaggia in aereo in India è la targhetta di carta da mettere sui bagagli a mano e su qualsiasi altra cosa abbiate addosso: borse, borsette, marsupi, ombrelli. Quelle orrende, inutili strisce di carta che vengono distribuite a chili ai banchi delle compagnie e che di solito non servono a nulla, qui sono fondamentali, in quanto è su quelle che viene apposto il timbro di “bagaglio verificato” e senza le quali non vi faranno salire in aereo. Passiamo i controlli, otteniamo i nostri timbri. Guardo la carta d’imbarco e mi accorgo che con tutte le scritte e le sigle che ci hanno messo sopra non si legge più nemmeno il posto sull’aereo.

Ho sete, cerco di comprare dell’acqua. Nonostante siano ormai le tre di notte (più di due ore dopo il nostro arrivo a 100 metri dall’aeroporto) ci sono un sacco di voli in partenza e quindi tanta gente e quindi tutti i negozi sono aperti. Però: non accettano le carte di credito perché hanno un problema con i terminali, non accettano le monete straniere di piccolo taglio, solo i biglietti di carta da almeno 10 (euro, dollari, eccetera), però poi nel caso il resto te lo danno in rupie, che non potresti più cambiare da nessuna parte. Mi tengo la sete.

Alle 4 iniziano le procedure di imbarco. Prima i gruppi con bambini, però solo se si sono messi in fila secondo regole che sfuggono a tutti, infatti alcuni genitori si presentano al gate probabilmente facendo un percorso diagonale, mentre i tizi vogliono che sia diritto e li rispediscono in fondo. Mentre imbarcano le famiglie, quelli in coda per la first e la business iniziano a spazientirsi, e restano bloccati di fronte a un generico “you, later”.
Parte l’imbarco dell’economy, per zone. Noi siamo nella prima e siamo lì davanti da mezz’ora. C’è lo stesso tizio che ci ha chiesto se eravamo amici, l’operazione simpatia fatta al check-in produce i suoi frutti: ci spedisce in fondo alla coda, nonostante fossimo i primi. Io non gli metto le mani addosso solo perché nel frattempo rido molto vedendo che quella ragazza che viaggia in business e che si atteggia come se ce l’avesse solo lei, è ancora bloccata in coda perché stanno incredibilmente imbarcando prima l’economy. Arriviamo al primo controllo, c’è un militare che verifica la presenza dei famosi timbri sulle famose etichette di carta: una signora davanti a noi l’ha persa, ha solo la cordicella attaccata alla borsa, e viene fatta ripartire dal via – deve ricominciare tutto dalla security.

Passato il militare ci attende il tunnel che conduce all’aereo, sul quale incontriamo un ragazzo che corre verso il gate, cioè in direzione opposta: ha in mano un sacco di carte d’imbarco. Scopriamo dopo perché: il controllo delle carte d’imbarco medesime non viene fatto al gate, ma appunto in fondo al tunnel dove non c’è il computer, quindi raccolgono gruppi di carte e poi il tipo va avanti e indietro da lì al gate per farli passare dal terminale. Nel frattempo incontriamo l’addetto allo strappo delle carte d’imbarco e infine un altro militare che dà un’ultima occhiata al famoso cartellino dei bagagli. Saliamo a bordo, sono le 5 di mattina: siamo usciti dall’albergo a mezzanotte. Appena arrivato a casa ho bruciato i cartellini timbrati dei bagagli, così come gesto liberatorio.

Un viaggio in India: le foto che non ho fatto

Varanasi
Varanasi, ghat Manikarnika: il fumo è quello di una cremazione appena conclusa.

Questa è una foto (di s.) che abbiamo fatto e non avremmo dovuto: non si possono fotografare i ghat delle cremazioni. Però per uno scatto rubato, ce ne sono decine che invece non sono mai usciti dalla macchina fotografica. Perché questo è stato il viaggio delle cose che non possono essere raccontate, delle parole quasi sempre sbagliate. Poi finisce che fotografi solo le cose belle: la magnificenza del Taj Mahal e della sua grande storia d’amore, i colori delle spezie e dei vestiti delle donne, il cibo.

Foto che non ho fatto n° 1: in India
Un cumulo di spazzatura e calcinacci, l’aria piena di polvere e foschia, una mucca che mangia tra i rifiuti sui quali dorme un cane magrissimo e ricoperto di pulci, attorno ragazzini che giocano vicino a pozze d’acqua stagnante: nelle città (in periferia, alcune volte – in pieno “centro”, più spesso), nelle campagne viste dai finestrini del treno, lungo le strade e le autostrade attraversando i paesi in macchina, ovunque.

Foto che non ho fatto n° 2: a Varanasi
Una scala ripida da una casa semi diroccata, che un tempo poteva essere un castello o un fortino e adesso forse è un tempio, arriva fino in riva al Gange, uno spiazzo, una bara di legno chiaro aperta e le corone di fiori tutto intorno, con le capre che li mangiano lentamente. Un cumulo di legna a formare una sorta di altare, e un fuoco acceso proprio vicino al fiume. Il cadavere avvolto da un telo bianco, in braccio a due persone che nel frattempo parlano con altri, lavorano a oggetti, creme, teli. Non capisci chi sono i parenti, ci sono decine di uomini e di donne sulla scena, poi intuisci che molti sono addetti alle cremazioni, che portano avanti piccoli riti, altri sono solo curiosi, e poi qualche turista. Un bambino piange, in mezzo a tutta quella che a te sembra una paradossale confusione, finalmente c’è qualcosa di familiare: il dolore. Arrivano anche i cani, con il loro consueto carico di pulci, e una mucca scende lentamente dalle stesse scale ripide. Ti dicono continuamente che puoi stare lì a guardare, ma non fotografare. Qualcuno fa il bagno nel fiume, proprio dove poco prima hanno buttato le ceneri di un altro defunto e dove tra poco butteranno quelle del corpo che è proprio lì di fronte a te, e sul quale adesso iniziano a massaggiare creme e unguenti. Chiudi gli occhi e pensi a un nostro funerale, alla chiesa, ai vestiti scuri, alle giacche e alle cravatte; poi li riapri e nel frattempo la mucca è arrivata lì vicino e adesso oltre alle capre e ai cani c’è anche qualche scimmia e una montagnetta di sterco fresco.

Foto che non ho fatto n° 3: alla stazione di Jaipur
Stazione di Jaipur, in pieno Rajasthan, le 11 di sera. Il treno che ti porterà a Udaipur è in ritardo di quasi due ore, cammini su e giù lungo le banchine. L’altoparlante non smette mai di annunciare arrivi e ritardi, in due lingue. I vagoni della sleeper class che ti passano davanti sembrano quelli dei treni dei deportati, con le finestre piccole e le sbarre: tutti viaggiano avvolti in coperte pesanti, che spesso sono belle, decorate. Anche quelli che aspettano, come te, sono avvolti dentro queste case di lana, e dormono per terra o accovacciati in giro. Tutti attraversano i binari come se fosse la cosa più normale del mondo, nonostante la banchina sia molto alta. Ti affacci, e vedi un topo. Poi ti accorgi che sono due, ma no: sono decine. Mangiano gli escrementi lasciati dai treni lungo i binari. Cercando di guardare da qualche altra parte vedi un gruppo di persone che lentamente si avvicina: stanno camminando lungo i binari, hanno guanti azzurri e vestiti normali: il loro lavoro è raccogliere la spazzatura. Proprio lì, in mezzo ai topi. Pensi se ci può essere al mondo un lavoro peggiore, pensi al tasso di disoccupazione indiano, inferiore al 10%, pensi ai forconi in Italia. Poi finalmente riesci a pensare ad altro, guardi verso l’ingresso della stazione, c’è la luce dei pannelli con gli orari e un tappeto umano di famiglie, vecchi, uomini qualsiasi che dorme per terra.

Dieci anni di viaggi a quattrocchi

Usa 2003
Valle della morte, 2003

Cercavo le foto dei nostri primi viaggi, 10 anni fa. Ne ho trovate pochissime, e infatti usavamo ancora la pellicola. In compenso ci sono le mappe e le carte stradali della California, ci sono i fiori secchi delle Cicladi in primavera. Ci sono i biglietti della metro di Atene, tutta in fermento per le Olimpiadi che sarebbero arrivate l’anno successivo, e di New York, che cercava ancora di uscire dal tunnel. Certo che mi ricordo di quella mattina a Santorini, che non c’era in giro nessuno e faceva quasi freddo. E anche dell’incredulità quando ci siamo affacciati sul Grand Canyon a Mather Point, e non volevamo andare via perché “non ci torneremo mai più“. Ci siamo tornati tante altre volte, come a Times Square dove siamo sbucati quasi per caso dal buio di una prima notte newyorkese e ci siamo accesi all’improvviso insieme alle luci della città. Era l’agosto del 2003: l’India arriva al momento giusto per festeggiare tutto il mondo che abbiamo visto nel frattempo e quello che vedremo là davanti, la strada è ancora lunga.

Tentato omicidio in piazza Diaz

Ghost bike per Ahmed
La ghost bike per Ahmed, in corso Europa a Milano

Quello che è successo oggi pomeriggio a Milano ha dell’inverosimile: un automobilista ha deliberatamente cercato di passare attraverso un gruppo di ciclisti che stavano pedalando in piazza Diaz, a pochi metri dal Duomo. Arrivato da dietro, dopo aver fatto alcuni zig zag senza diminuire la velocità, ma anzi aumentandola, ha alla fine colpito prima un ragazzo, poi un altro, e per concludere una ragazza. Ironia della sorte: Critical Mass si era appena mossa da corso Europa, dopo aver portato una ghost bike nel punto dove lunedì Ahmed era morto in bicicletta, finito sotto una macchina nel tentativo di evitare una portiera aperta all’improvviso. E in settimana ci sono stato un sacco di altri incidenti con vittime i ciclisti.

In piazza Diaz oggi nessuno si è fatto davvero male per una sola ragione: l’automobile in questione era una di quelle microvetture elettriche. Se quello squilibrato fosse stato alla guida di una macchina tradizionale saremmo davanti a una strage.

Il conducente, che è risultato incredibilmente negativo ai test per alcol e droga, è in giro per la città. Ma state sereni: difficilmente lo troverete a scampanellare sui marciapiedi.

I numeri sulle multe a Milano non sono open data: c’è qualcosa da nascondere?

Gentile assessore Granelli,

le scrivo per una richiesta. Vorrei avere i dati sulle contravvenzioni al Codice della strada emesse a Milano. Quello che segue è un esempio di una semplice tabella di un foglio elettronico:

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Non che i dati debbano essere necessariamente presentati così, me li può far avere come le viene più comodo, però li vorrei e vorrei poi averli aggiornati su base mensile.

Se la domanda è perché, le rispondo. I dati sulle vittime di incidenti a Milano (quelli li ho, da un articolo di Repubblica: Sulle strade della provincia di Milano strage di pedoni, ciclisti e motociclisti) sono drammatici e oggi siamo reduci da un altro lunedì nero per la ciclabilità cittadina: un morto e un ferito grave. Non sono alla ricerca di responsabili, ma ho bisogno di capire.

In particolare, ho bisogno di capire se a fronte della dimostrata inefficacia delle misure di prevenzione e di educazione sono state almeno prese misure di repressione dei comportamenti più pericolosi per la sicurezza (la vita, direi) delle utenze leggere, pedoni e ciclisti. Io, girando per città, vedo una grande tolleranza rispetto, per esempio, alla sosta in seconda fila, alla mancata precedenza ai pedoni sulle strisce, al parcheggio sui marciapiedi e sugli scivoli per le carrozzelle. Questo è quel che vedo io, ma potrei ovviamente sbagliarmi: mi dica che mi sbaglio. Però me lo dica, per favore, con dei numeri e con un aggiornamento costante di questi numeri.

Leggo sul sito degli open data del comune di Milano:

Il Comune di Milano individua nel paradigma dell’Open Government una via per creare una PA aperta e che dia vigore all’innovazione nei confronti dei cittadini ed imprese. Gli Open Data rappresentano uno dei capisaldi di tale strategia.

Insomma, assessore Granelli, non credo che si tratti di una richiesta irricevibile (e lei stesso in più di un’occasione si è impegnato a fornire questi numeri) e sono certo che entro un tempo ragionevole (un mese?) il suo assessorato sarà in grado di darmi una risposta. O, meglio, di rendere disponibili queste informazioni importanti alla città.

Un cordiale saluto.

Inviata per email a:
Assessore alla Sicurezza e coesione sociale, Polizia locale, Protezione civile, Volontariato – Milano

e in cc a:
Presidenti consigli di Zona 1 2 3 4 5 6 7 8 9 – Milano

Morire in Area C a Milano

Fotogramma, da Repubblica.it

Fotogramma, da Repubblica.it

È difficile non vedere come lo sviluppo della ciclabilità a Milano (e in altre città), unito a una maggiore consapevolezza dei propri diritti da parte di un numero crescente di persone che vanno in bicicletta, abbia portato alla nascita di correnti di opinione che se da un lato non possono oggettivamente attaccare l’uso di questo mezzo, dall’altro attaccano alcuni comportamenti dei ciclisti urbani. Le contestazioni le conosciamo: siamo dei fanatici, andiamo sui marciapiedi, passiamo con il rosso, non andiamo in fila indiana (peraltro: il Codice della strada permette di viaggiare anche affiancati in città, giusto per la precisione); e poi non usiamo le luci di sera, non mettiamo il casco (che non è obbligatorio, mai), sentiamo la musica con gli auricolari. Ci contestano di sentirci migliori perché andiamo in bici, ci chiamano sciure radical chic del centro o fighetti hipster a seconda delle circostanze.
Il tutto mentre Milano è assediata dalle automobili, che sono parcheggiate ovunque, che invadono gli scivoli per le carrozzelle e le strisce pedonali. Il tutto mentre migliaia di persone guidano aggiornando gli status su Facebook (andando in bicicletta ci si fa un’idea molto precisa di quel che succede negli abitacoli), superano qualsiasi limite logico di velocità, non si fermano mai mai mai per far passare i pedoni.

Forse è normale così: siamo cresciuti pensando che la strada sia il territorio delle automobili e quindi ci adeguiamo, subiamo. Oppure pensiamo che se gli automobilisti non fossero così liberi di fare quello che vogliono la città si fermerebbe, l’economia crollerebbe, tutto il sistema commerciale andrebbe in tilt.

Mi capita di pensare che sarebbe giusto anche raccogliere la sfida di alcune critiche e cercare una nuova alleanza per la città, lavorare per non essere percepiti come antagonisti delle automobili, ma solo dei comportamenti criminali in automobile.

Mi capita, poi succedono cose come quella di stamattina: un ragazzo di 31 ammazzato da un gesto sciocco. Una portiera che si apre, lo scarto per evitarla, la morte sotto un’altra automobile. Perché chi scende dalla macchina non guarda (forse sta leggendo Twitter), perché quello che arriva dietro va troppo veloce, è troppo vicino, è anche lui distratto da qualcosa. Il tutto in piena Area C, quella che dovrebbe essere l’oasi di Milano, in centro che più centro non si può, nella luce del mattino. Ahmed, così a occhio, non mi sembra fosse una sciura radical chic del centro, dalla bici direi che non era nemmeno un fighetto hipster.

Insomma, mi piacerebbe voltare pagina, ma non credo lo potrò fare oggi. Oggi penso che dovreste vergognarvi quando vi lamentate per una mamma in bici sul marciapiede. E che dovreste vergognarvi quando usate quelle scatole di latta senza rendervi conto di quanto possano essere pericolose. E che siete veramente stupidi quando fate paragoni impossibili tra i comportamenti scorretti dei ciclisti e quelli scorretti degli automobilisti: no, non è mai la stessa cosa.

Marmaz vs. ufficio igiene, parte IV (5 anni dopo)

Credevo che la saga delle vaccinazioni internazionali, che ho raccontato con una serie di post nel 2008, si fosse chiusa definitivamente: avevamo giurato che non ci avremmo più messo piede, in quell’ufficio. Invece: abbiamo dimenticato e ci siamo ricascati.

Questa volta le cose iniziano meglio: dopo essere riuscito a trovare i centralini aperti (fanno anche la pausa pranzo, che ti credi?), prenoto. Mi forniscono due codici, “se li segni perché senza questi poi avrebbe problemi allo sportello“. Cerco un tatuatore, per estrema sicurezza, e provvedo.

Questa mattina ci presentiamo alle 8:30, come da appuntamento, e alle 8:45 siamo ancora nella stanza 38 a compilare i soliti moduli: è pazzo? Ha un infarto in corso? È stato punto da un ragno velenoso nelle ultime 24 ore?

Ci chiamano alle 8:50. Io sono già abbastanza innervosito dal clima generale di estrema lentezza, ma cerco di farmi forza. “Allora,” esordisce la ragazza, “come mai volete andare in India?“.

Ma a te che cazzo te ne frega?

No, non le ho risposto così, mi sono trattenuto. Lascio parlare s. che è ancora leggermente più calmo di me. “Dai, raccontatemi il viaggio“. Le raccontiamo il viaggio: le città, i treni notturni, gli aerei. “In aereo? Ma perché prendete dei voli interni?“.

Assale il dubbio di essere in un’agenzia di viaggi, ma andiamo avanti.

Dopo un’analisi delle tappe, il verdetto è drammatico: “Io non farei proprio alcuna vaccinazione. Tanto sarete sempre in hotel a 4 o 5 stelle (ok, s. è tutto fighetto in giacca e cravatta, ma io sono vestito da barbone come sempre) e mangerete sempre in albergo“. Veramente no, ma siamo disposti a tutto pur di uscire da quella stanza.

Arrivano i consigli: “lavatevi le mani“. Mi trattengo.

E poi una lista di medicine: nessun nome commerciale (o di principio attivo) che magari sarebbe stato utile, ma un elenco da giovani marmotte. Qualcosa per la febbre, un antibiotico, cose così.

Avendo deciso di darle una speranza, le chiedo il nome di un buon antibiotico in caso di dissenteria. “Parlatene con il vostro medico curante, che vi conosce meglio“. Nel frattempo alla scrivania accanto un’altra dottoressa nella metà del tempo aveva già consigliato una decina di medicine specifiche e dato una serie di consigli interessanti. Siamo stati sfortunati, anche questa volta.

Il colloquio, anzi il counseling – come viene pomposamente chiamato, si conclude con una chicca, il consiglio dei consigli. La prode dottoressa tira fuori dal cassetto un bollitore elettrico e ci dice, trionfante: “Con questo risolvete tutti i problemi. Infatti in molti non sanno che basta un minuto, non tre minuti, un minuto solo di bollitura per depurare l’acqua e uccidere qualsiasi germe, batterio, parassita. Poi la fate raffreddare e la bevete“.

La guardiamo tra l’allibito e – a quel punto – il divertito e ci immaginiamo a girare per Varanasi alla ricerca di una spina elettrica per bere un bicchiere d’acqua. Ci immaginiamo anche il trasporto dell’oggetto nel nostro bagaglio a mano, rinunciando magari alle scarpe. Ringraziamo sentitamente, non prima di essere riusciti a estorcere almeno la profilassi contro il tifo, “se proprio insistete“.

Seguono 10 minuti per pagare con il Bancomat (20 euro di counseling e 20 di antitifo) e 25 minuti di attesa nella stanza 43 (dove c’è un enorme poster che fa vedere come l’India sia il Paese al mondo dove è più raccomandata l’antitifica, e meno male che abbiamo dovuto insistere), per la somministrazione del vaccino. Venticinque minuti per farci dare una pastiglia. Quando entro finalmente dalla dottoressa finale io sono già pronto per una strage, ma il suo ritmo se possibile ancora più rallentato degli altri mi fa un effetto narcotizzante. Pastiglia, usciamo. Sono le 10. Piuttosto che tornare qui, smetto di viaggiare.

Faccio cose, parlo di bici

Faccio cose, vado in bici, ascolto musica

Mi sono rubato la bici