Un altro viaggio americano: Montreal, che magnifica sorpresa e le bici e le altalene per strada

Screenshot 2015-08-07 20.08.34
Da Quebec City a Montreal.

Montreal non ha un vero skyline. E quello che ha, oggettivamente non le rende onore, non racconta nulla della città, forse addirittura la nasconde – la protegge. Perché, sì – è davvero un piccolo gioiello. Con la premessa che l’ho vista in agosto, a 20 / 25 gradi, col sole e che invece qui si va da -40 a +40 quindi si passa facilmente da un inferno all’altro, ecco con questa premessa: mi è piaciuta un sacco. Ma tanto tanto tanto.

C’è sempre quella cosa della prima impressione, di che cosa ti dice una città appena arrivi, in quei primi giretti esplorativi, e a me Montreal ha detto subito un sacco di cose. Bici e spazi recuperati e strade restituite alle cose e alle persone.

Dopo quei primi giretti:

  • le bici, che non mi aspettavo: tantissime, tutte belle, quasi solo bici da corsa, alcune nuove ma la maggior parte quasi vintage; e sopra le bici tantissime ragazze, impiegati, gente qualsiasi; poi, certo, anche i ciclisti urbani locali; e ovviamente essendoci tantissime biciclette ci sono anche tanti negozi di bici, io ne ho visti alcuni molto fighi; il bike sharing funziona bene e in generale si pedala con grande facilità, come esserci nati, nonostante le città sia grande, le strade larghissime, il traffico sia quello di una metropoli nordamericana: e comunque ci sono i sensi unici eccetto bici, le ciclabili in struttura lungo le grandi arterie, quelle in segnaletica nei quartieri, tutti vanno piano e life is good;
  • tutta la zona del porto, come è stata recuperata: uno spazio immenso che adesso è passeggiata e un percorso ciclabile di decine di chilometri: quando attraversi vecchie fabbriche che non sono state ristrutturate è come entrare in un museo e la bicicletta è la tua macchina del tempo: tu pedali nella città com’era, e la ruggine, l’abbandono, i graffiti sono come cristallizzati;
  • una spiaggia all’improvviso nel vecchio porto, affacciata sul fiume San Lorenzo (che qui in città è imponente e maestoso, quasi fa paura): tutti gli ombrelloni azzurri e tanta sabbia e quel clima da svacco totale, è vacanza oppure un aperitivo all’uscita dall’ufficio;
  • un vecchio barcone che è diventato una Spa, ormeggiata nel porto, e così vedi una fabbrica che cade a pezzi e vicino gente in accappatoio bianco e sullo sfondo quel capolavoro dell’architettura che sono le case di Habitat 67: quando ci passi davanti resti colpito dalla loro stranezza, poi vai a leggere la storia e capisci che tutto ha un senso, compreso quel clima generale da anni Settanta che si respira in tanti edifici della città;
  • l’effetto che fa andare in bici (ma anche a piedi o con i pattini o come ti pare) su un circuito di Formula 1: è quel che succede al Gilles Villeneuve, che vive tutto l’anno grazie alle persone che vengono qui a passarci del tempo;
  • anni Settanta + circuito di Formula 1 = Parc Jean Drapeau perché molti di questi spazi sono figli di un Expo del 1967: è come se la città si fosse regalata un parco divertimenti, dove ognuno può fare le cose che preferisce, perché dentro il parco c’è di tutto e succede di tutto: musei, concerti, spiaggia, biciclette, gare eccetera eccetera eccetera;
  • forse ho già detto delle bici, ma della polizia in bici (più che in macchina) e della guardia medica in bici?
  • il WiFi aperto e gratuito è così diffuso in città (ma anche fuori, a dire la verità) che si può essere sempre connessi, come se ci fosse davvero un’unica rete che attraversa i quartieri e li tiene tutti legati;
  • i quartieri, ecco: Montreal è veramente immensa, anche perché a parte la zona di downtown dove c’è qualche grattacielo e palazzo alto, per il resto è tutta fatta di casette basse, e passando da un quartiere all’altro si percepisce subito l’impronta, il carattere, lo stile della gente che ci abita: e son tutti così accoglienti che passeresti ore a girellare da uno all’altro, trovandoti in una petite Italie che è il più bel quartiere italiano mai visto in una città, a una zona tutta di case ricoperte da graffiti e locali portoghesi; casette di legno a due piani, piene di cose e che raccontano le storie di chi ci abita, che andresti a suonare a ogni campanello, anche solo per chiedere notizie di quelle 5 / 10 biciclette attaccate ovunque ai cancelli fuori;
  • perfino il quartiere gay, che si capisce benissimo non aver più senso, comunque ha un suo fascino: sarà per le dimensioni (una via lunga come tutto corso Buenos Aires a Milano), sarà per quelle palle di luci rosa che fanno da cielo lungo tutta la strada, sarà per il fatto che ci sono quasi solo uomini di una certa età, visto che appunto i giovani gay stanno dappertutto in città, non so: potrebbe essere perfino squallido, però qui ti appare tenero;
  • tra un quartiere e l’altro poi ci sono piazze che diventano dei teatri e delle discoteche e dei luoghi di incontro pieni di ragazzi e di birre e di musica.

Poi dopo tutte queste cose capita che incontri un sacco di pianoforti per le strade e gente che li suona e altra gente che passa e ascolta, capita che incontri delle altalene (sì, altalene!) per strada, e gente che le usa e le altalene suonano vicino a un incrocio, lungo una strada piuttosto trafficata e allora: unisci tante piccole e grandi cose che hai visto e capisci che quel che ti ha colpito è il laboratorio di Montreal, è come sperimentano, giocano, cambiano l’uso delle cose e l’abitudine che abbiamo rispetto alle cose.

Strapromossa a pieni voti, ora la voglio vedere d’inverno.

Il racconto di questo viaggio: un altro viaggio americano / #uava

Un altro viaggio americano: Quebec City, i super-giorni dopo i non-giorni

Screenshot 2015-08-05 08.54.47
Da Burlington, Vermont / Usa a Quebec City, Quebec / Canada.

Se i giorni dei viaggi in aereo sono dei non-giorni, quelli successivi sono tutti dei super-giorni: ti sembra di essere in giro da mesi e invece hai lasciato l’Italia da 24 / 48 ore al massimo. Però hai già visto un sacco di cose, fatto migliaia di confronti, pensato a come sarebbe la tua vita qui e poi lì e poi là. In tutto ciò io non so esattamente che giorno sia oggi e questo per me vuol dire vacanza.

Il viaggio da Burlington a Quebec City non lo classifico tra i più memorabili: alcune ore di automobile e basta – ah, ovviamente tra milioni di alberi, che dopo poco non noti nemmeno più. Tra l’altro mentre il confine Usa-Canada tra Seattle e Vancouver è molto scenografico, con prati e bandierone e cerimoniali e lunghe code, ecco qui invece si passa tipo un casello autostradale con la casellante che ti fa una serie di domande trabocchetto per metterti in difficoltà e capire se sei un manigoldo: “In Italia quando tornate?” e poco dopo “Quando tornate in Italia?” e ancora dopo qualche altro quesito “Italia: quando ci tornate?”.

Un’altra sostanziale differenza rispetto all’altra parte del Canada – detto che appunto Seattle e Vancouver sono due città che si assomigliano parecchio – è che qui parlano francese, quindi il salto dagli Usa si fa subito evidente. Un salto che però non è nulla rispetto a quello che si percepisce arrivando a Quebec City: l’Europa all’improvviso.

La città è carina, peccato solo sia mostrificata da un eccesso di turismo becero – ben rappresentato anche da negozi e ristoranti, appunto beceri: anche in questo assomiglia al centro storico di una città europea. Ma europea non basta a raccontare Quebec City, che è tante città tutte insieme: qualcosa di Innsbruck, angoli di Carcassonne, St. Moritz, Parigi e perfino Londra.

Quando ti guardi attorno e vedi ovunque i segni dell’inverno (cartelli “pericolo caduta ghiaccio”, assenza di balconi, finestre piccole-piccole) capisci anche perché c’è un clima vicino all’euforia collettiva permanente in queste giornate di sole: qui almeno metà dell’anno si passa sottozero e sotto chissà quanta neve. Anche a Reykjavík ricordo la stessa sensazione: vedi le persone che sono felici prima di entrare in un altro lungo letargo.

Dicevo comunque carina perché è fatta di tanti livelli: c’è quello del porto e della ciclabile che corre lungo il fiume, c’è quello delle vie dello struscio turistico, c’è quello della piazza davanti al castello (che è un albergo, non nel senso che dentro al castello ci hanno fatto un albergo, ma nel senso che lo hanno proprio costruito così e alla fine un albergo è diventato di fatto l’icona della città), c’è la città nuova dove i turisti non arrivano e invece il clima umano è vivace. Poi vabbè ci sono parchi ovunque e chiese sconsacrate dove vendono libri usati e tanti edifici anche anni Settanta, ma della parte buona degli anni Settanta.

E biciclette, anche qui – biciclette da corsa anche qui, che ti aspetti di vedere anche dei bike messenger e quel tipo di ciclista lì, anche qui.

Il racconto di questo viaggio: un altro viaggio americano / #uava

Un altro viaggio americano: Burlington

Screenshot 2015-08-04 20.34.14
Da New York a Burlington, nel Vermont.

Quando, qualche viaggio fa, abbiamo comprato il navigatore per evitare di regalare ogni volta migliaia di dollari ai car rental, ci siamo chiesti: come mai ci sono modelli da 80 euro e modelli da 200 euro? Lo abbiamo capito nei viaggi successivi, quando ci siamo trovati ad affrontare la modalità panico, più di una volta e sempre con lo stesso copione:

  • percorso tracciato, tempo e chilometri proposti dal navigatore, che noi chiamiamo Tommy, compatibili con altri visti su Google Maps o sulle cartine, si parte
  • autostrada
  • improvvisa uscita dall’autostrada, chissà perché
  • molto traffico, tante case
  • strada provinciale
  • improvvisa deviazione dalla provinciale, chissà perché
  • sparisce il traffico
  • strada secondaria
  • spariscono le case
  • imbrunire, tramonto
  • cellulare: no service / solo chiamate di emergenza
  • strade di campagna
  • radio ko, nessuna stazione disponibile
  • buio
  • sterrato
  • panico e bestemmie
  • lite furibonda cercando di ricordare chi avesse scelto di comprare _quel_ modello di navigatore
  • arrivo a destinazione, senza capire esattamente come

Anche questa volta è andata così, con la variante del segnale Gps perso sotto uno dei tunnel di New York e conseguente ingresso in autostrada a caso: non credevo che uscire dalla città fosse un’esperienza così estrema, ma tant’è; ci abbiamo impiegato quasi un’ora a lasciarci la Grande Mela alle spalle.

La nostra destinazione raggiunta appunto senza-sapere-bene-come era Burlington, nel Vermont. Sede della locale università è evidentemente una cittadina universitaria, piena di giovani e di movimento e di vita. Siamo però un filo fuori stagione e quindi oggi direi quasi nulla di tutto ciò: si percepisce il potenziale, resta un discreto magone da cittadina americana in riva a un lago. Tempo fa siamo stati in un altro posto teoricamente simile, a Boulder, in Colorado – altra sede della locale università, e sempre fuori stagione, ma il piglio della cittadina e il clima erano completamente differenti: vibrazioni positive laggiù al posto del magone di qui.

Il viaggio da New York a Burlington è una strada in mezzo a foreste più o meno grandi, senza soluzioni di continuità: bello, per carità, ma due palle colossali. Per fortuna appunto il nostro navigatore ha reso le ultime due ore di viaggio più emozionanti, portandoci ad attraversare località fantasma lungo le rive di laghi e laghetti altrettanto fantasma: deliziose casette americane isolatissime, prati perfetti, auto nel garage e NESSUNO in giro. Alle 6 del pomeriggio sembrava ci fosse appena stata un’esplosione nucleare, ipotesi che doveva essere scartata solo per la maestosità e la perfezione della natura circostante. Dove fossero tutti non si sa. Noi poi ci siamo distratti perché passando dallo stato di New York al Vermont cambia la segnaletica stradale, i cartelli diventano verdi, le indicazioni sono tutte più eleganti e con uno stile diverso.

Io tra l’altro col Vermont e il New England qui attaccato ho un conto aperto da anni: il foliage all’inizio dell’autunno. Una di quelle cose che sai di dover fare prima o poi, anzi più prima che poi e invece non riesci mai a fare e pensi che alla fine non ce la farai mai.

Detto questo, se proprio non dovete fare qualcosa di importante a Burlington potete anche non venire.

Il racconto di questo viaggio: un altro viaggio americano / #uava

Un altro viaggio americano: New York

nyc-notte
Guardando verso nord dalla Freedom Tower.

Le giornate di viaggio in aereo sono delle non-giornate, bastano poche mezz’ore e non capisci più che giorno è, che ora è, dove sei: vaghi tra un aeroporto e l’altro mangiando tutto quello che capita e credendo ancora alla favola del free WiFi.

Poi arrivi, e non importa dove: improvvisamente, passando dentro quel tunnel di attese e cibo, sei in un altro mondo. È quello che mi piace dell’aereo: la cosa più vicina al teletrasporto che abbiamo.

Oggi il mio altro mondo è New York, prima tappa veloce di un ennesimo (tanti ce ne sono stati, ma nel 2009 e nel 2011 li ho raccontanti meglio) viaggio americano; perché vengo così spesso qui? Facile: il nord America è il posto più bello del mondo, ordini di grandezza sopra tutti gli altri. E comunque: è il posto più bello del mondo per me, e tanto basta.

Non mi era mai capitato di arrivare a New York in aereo di giorno facendo questa rotta lungo gli Hamptons ed entrando nella baia da sud: migliaia di chilometri di spiaggia e poi la vista mozzafiato di Manhattan. Cose che da sole valgono.

La città ha sempre lo stesso carattere: ti fa illudere di essere come tu te l’aspetti, ma in realtà lei è cambiata un sacco e te ne accorgi passeggiando qua e là dove pensi di essere a casa.

Quello che non è cambiato, invece, è lo stile: mezz’ora qui e capisci il contemporaneo, in una giornata hai dimenticato la provincia e sei nel centro del mondo.

Appunti sparsi:

  • uomini: meno barba
  • uomini: meno hipster
  • uomini: il gran ritorno dello stile gym, ma un filo più impegnato, potrei definirlo uno sport-chic
  • spero che non arrivino mai in Europa, ma: pantaloni che sono una via di mezzo tra una tuta e un paio di jeans, di tessuti indefiniti, con bordo elastico sulla caviglia
  • caviglie: tutte molto scoperte
  • grandi soddisfazioni: le canotte non tramontano mai
  • siamo saliti sulla Freedom Tower: sull’ascensore all’andata scorre un video della storia di New York come si vedrebbe dal grattacielo che da solo vale, mentre scendendo c’è una specie di volo sulla città notturna, con in primo piano le due grandi piscine-memoriale – che restano una delle cose più suggestive da vedere nella città del dopo 11 settembre
  • la vista dalla Freedom Tower è notevole, ma non vale quella dal Rockefeller Center o dall’Empire State Building, prima di tutto perché è tutto al chiuso, quindi ci sono sempre vetri di mezzo, poi perché qui hanno caricato di marketing la visita e l’atmosfera scende a zero; ovviamente si vede pur sempre New York di notte e quindi la commozione è garantita (a ben pensarci ci si commuove forse anche per via di quei 30 dollari che si spendono per salire)
  • il grattacielo ha già comunque preso pieno possesso dello skyline di New York, insieme a 432 Park Avenue, snello e lussuoso che sta più a nord
  • biciclette, biciclette, biciclette
  • Bond Street: case e cose da vedere

Il racconto di questo viaggio: un altro viaggio americano / #uava

Milano: dopo la periferia, la voglia di starci dentro (storia di un altro trasloco e della città che sarà)

IMG-20150524-WA0001-768x1024
Ciao periferia, vado in centro.

Se dovessi dire che non mi è dispiaciuto lasciare la mia casa nei loft di via Tucidide direi una bugia. Di quel posto mi sono innamorato a prima vista qualche anno fa e tutta l’Ortica è stata per me un angolo speciale di questa città, come ho cercato di raccontare a We Like Milano.

Perché mi sono sempre piaciute le periferie e perché quel villaggio alle porte di Milano era pieno di cose e di idee e di fermento. Poi le cose cambiano e le idee le portano le persone, e poi le persone se ne vanno e ti resta un ponte dal quale vedi la città, prima di entrarci. Ecco, mi è dispiaciuto andare via ma sono contento di averlo fatto perché adesso ho bisogno di stare dentro la città, non semplicemente guardarla dal cavalcavia Buccari.

Stare dentro Milano, vivere a Milano: il posto dal quale ho sognato spesso di scappare e che adesso mi sembra invece uno dei migliori dove stare, o comunque uno dei migliori per me.

Anni fa mi capitava di scrivere spesso delle città che visitavo, e di tenere una classifica: i posti al mondo dove mi sarei trasferito subito, senza pensarci nemmeno un secondo. E quell’elenco voleva anche dire: ovunque piuttosto che qui, (quasi) qualsiasi posto è meglio di Milano. Se guardo oggi la lista e penso alle vie e alle strade e alle piazze del mondo che ho visto nel frattempo, ecco: le cose cambiano. Io sono cambiato e forse anche Milano è cambiata con me.

Prenderei senza esitazioni un biglietto solo andata per San Francisco (e forse New York, dovendo cercare un facile compromesso con quell’altro), però per il resto – ecco: Milano è diventata la mia città. Non so dire esattamente quando è successa questa cosa, certamente c’è stata una miccia accesa da Alessio, che Milano l’ha raccontata e vissuta anche per me (un momento di svolta fu quando andò a visitare l’Oasi delle farfalle: prima ho riso un sacco, poi ho pensato che io nemmeno sapevo dove fosse questa oasi – e come facevo a giudicare la città dove abitavo da 40 e passa anni senza conoscerla nei minimi dettagli, farfalle comprese?); quando una persona con la quale hai una sintonia così naturale vede qualcosa in modo così diverso da te, c’è qualcosa che non funziona. Aveva ragione lui, e infatti dopo la miccia sono arrivate le bici e dopo le bici la campagna elettorale del 2011 e questi anni arancioni e la notte delle unioni civili e, infine, #BellaMilano.

Ma c’è qualcosa in più: Milano come città capace di cambiare. È questo che mi ha fatto venire voglia di viverci dentro: qui puoi avere delle idee, realizzarne altre – e poi le cose succedono.

L’ho capito con maggiore chiarezza nei giorni più difficili di questi ultimi anni, quelli che hanno preceduto l’apertura di Expo. Prima ci sono state settimane di bombardamento mediatico, che mi hanno fatto sentire parte di un ingranaggio che aveva come unica scelta quella di applaudire, di dire “bravi”. Poi c’è stata quella manifestazione drammatica del 1° maggio, con una parte di questa città abbandonata da tutti: saranno ragazzi difficili e tutto quello che si vuole, ma lasciare soli quei movimenti è stato un errore, che abbiamo infatti pagato. Poi ci sono stati i black bloc e quella domenica che per me ha rappresentato il punto più basso di sintonia con questa città: son passati tanti giorni, continuo a pensare con disagio al popolo degli spray sgrassanti e delle spugnette. Non mi sono mai riconosciuto nei NO-QUALSIASI-COSA ma ci sono parole che dovrebbero accendere qua e là delle lampadine di onestà intellettuale e farci uscire da questa logica della claque a ogni costo, parole come BreBeMi – per dire.

Eppure proprio in quei giorni di conflitti e discussioni mi è venuta voglia di saltarci dentro, alla città. Proprio per non lasciare troppo spazio a quell’anima perbenista e bacchettona che si era manifestata così chiaramente in quella domenica di muri puliti.

Adesso che Milano è diventata così bella dobbiamo cercare di renderla più accessibile, davvero da tutti i punti di vista: che chiunque in qualsiasi condizione e con qualsiasi mezzo a trazione umana possa andare dappertutto e che i posti più fighi non siano tutti necessariamente fighetti e costosi. Stare dentro Milano per renderla leggermente meno milanese, è questa la grande sfida: più gente dal mondo, più giovani, più cose, più opportunità.

Adesso che ci abito dentro sento anche il bisogno di conoscerla meglio: sto comprando praticamente ogni libro che ha Milano nel titolo, che poi basta leggere anche poco della storia di questa città per capire che si può fare. OK, torno al mio dizionario di toponomastica milanese.

Le mie prime 12 case e quelle cose che mi ricordo e aspetto la tredicesima

Stasera mentre chiudevo una scatolone ho pensato: ma te le ricordi tutte le case nelle quali hai vissuto? Non me le ricordo tutte e non mi ricordo tutto, però qualcosa sì:

  1. la prima casa non si scorda mai (o il primo amore?), ma io me la sono scordata la casa dove sono nato, in Maremma: so che era un pomeriggio buio e tempestoso e che c’era una monetina per l’ascensore e che ai tempi si nasceva spesso in casa;
  2. era vicino a via Gluck, quando via Gluck era ancora quella via Gluck e Milano quasi finiva lì: mi ricordo un grande tavolo rotondo, che poi ho sempre rimpianto perché i tavoli rotondi sono più intimi e caldi, e mi ricordo un bagno rosa e nero, e tanti mobili anni Settanta, forse perché erano gli anni Settanta;
  3. da una periferia all’altra, al nord della città in uno di quei complessi ricoperti con le piastrelle lucide, la casa dove sono cresciuto, dove sono successe quasi tutte le prime volte, dove c’era una grande mansarda e ogni tanto ho pensato potesse essere quella casa mia;
  4. nell’hinterland di Milano, che se uscivi prima delle 7 alla mattina in 10 minuti eri in viale Zara, se uscivi dopo le 7 addio: c’era tanto spazio dentro e fuori e c’era tanto verde e Kojak era contento, ma l’hinterland di Milano fa schifo;
  5. mi piaceva quella casa con tante strane stanze, mi piaceva quella zona di Milano dietro via Sammartini, mi è piaciuto quando ho buttato giù un muro per far passare una lavatrice, e c’erano quelle tende da terrazzo verde scuro che ci sono in un sacco di case e fanno tanto Milano in agosto;
  6. la mia prima casa da solo, piccola piccola, strapiena di cose che non ci si muoveva e strapiena di gente quasi sempre, in quella fase in cui sono stato così stranamente socievole, e tutte le biciclette che mi hanno rubato dal cortile e che chic abitare dentro un teatro e non so perché mi piaceva quel quartiere così borghese e centrale e residenziale;
  7. la nostra prima casa insieme, una parete tutta arancione e la vista della Madonnina e quando capisci che cosa vuol dire una famiglia;
  8. lo stesso palazzo, un trasloco sotto il diluvio, dalla Madonnina alla piazza con San Francesco: forse una casa che non mi è mai piaciuta per davvero, ma son cose che si sanno sempre dopo;
  9. una piccola casa, anzi una stanza sulla Martesana: trovarsi lì con il portatile e una valigia e scoprire che tutte quelle cose e tutti quegli oggetti ecco forse anche no, non sono così importanti e che poi la cosa più bella di una casa è quando chiudi la porta alle tue spalle, per uscire;
  10. la mansarda con il terrazzino, in fondo a viale Monza: ero l’unico italiano del palazzo, la domenica sulle scale c’erano i profumi di tutte le cucine del mondo e chissà perché me ne sono andato così presto;
  11. in un loft quando i loft non sono più di moda, e quando d’inverno dormi sotto zero e d’estate sudi anche a respirare capisci perché, però poi non riesci più a pensare a una casa fatta di stanze e di pareti, e lo spazio ti fa sentire libero e questo quartiere alla fine della città che una volta era in un’altra città è davvero magico anche se in autunno è triste proprio triste oppure forse è magico proprio per quello;
  12. e non lo so come sarà questa nuova casa, che sarà un’altra casa insieme e sempre qui fuori dal mondo, e tante biciclette: spero di poterla ricordare come la casa che abbiamo cambiato tutti i giorni.

Di quando ho investito un ciclista e altre storie lontane nel tempo

Anni Sessanta
In che senso “domani lezione di guida”, papà?

 

Papà viveva in macchina. Era il suo lavoro, ma soprattutto era il suo spazio di libertà, il modo per tenere a bada quella costante voglia di scappare che viveva con lui da sempre. Se poi ci aggiungi che faceva parte di quella generazione che aveva avuto 15 anni durante la guerra, che aveva vissuto quegli anni cruciali nelle città (Bologna e Milano soprattutto) devastate dalle bombe e che poi si era buttato anima e corpo nel boom dei primi anni Sessanta, che anche dalle automobili è stato sostenuto, ecco che il quadro è completo.

Comunque: viveva in automobile e aveva una sorta di adorazione per quel mezzo. Così appena poteva mi prendeva e mi portava in giro da qualche parte. Ho ricordi nitidi di quell’Italia lì, di tante città che ho visto allora e chissà come saranno adesso, di strade che non erano tutte autostrade e di come bisognava imparare il linguaggio dei camionisti per riuscire a superare nei tratti con tante curve o salite. Meno autostrade e niente cinture di sicurezza: ogni volta che frenava papà allungava il braccio destro verso di me, per tenermi bloccato al sedile. È un gesto che ogni tanto mi accorgo di fare anch’io le rare volte che mi capita di guidare e di frenare di colpo.

E quindi mi ha insegnato a guidare molto presto. Avrò avuto 14 anni, comunque appena raggiunta l’altezza sufficiente per arrivare ai pedali: nelle strade di campagna, in qualche parcheggio di estrema periferia, quando capitava. A 15 anni guidavo come se nulla fosse. Non lo sapeva nessuno, era il nostro segreto. Anche quando, nei mesi successivi, abbiamo iniziato a litigare su qualsiasi cosa, l’automobile restava il nostro angolo di serenità.

Credo mi abbia costretto a presentarmi per richiedere il foglio rosa alle 7 del mattino del primo giorno utile e poi mi ha preso una macchina usata per sfidarmi su quella cosa che clandestinamente non avevamo potuto sperimentare: il parcheggio cittadino. Era una vecchia Fiat 131 lunghissima, con uno sterzo che bisognava girare con due mani tanto era duro. Ho imparato a parcheggiare. Era marzo. In giugno prima che partissi per il mare mi ha regalato una macchina nuova: una Renault R4 rossa. Anche lì c’era una piccola sfida, il cambio nel cruscotto o come si chiamava.

Arrivò l’estate, che fu piena di giri su e giù per le Apuane, e in Garfagnana e dentro e fuori Lucca e tutto quello che si può raggiungere dalla Versilia. Poi arrivò anche la fine dell’estate, il classico temporale che ai tempi faceva da spartiacque tra i giorni pieni di sole e quelli sempre più incerti e umidi in pineta.

Aveva piovuto tanto tutta la notte, al mattino il cielo era scurissimo ma non pioveva più: dopo pranzo prendo la macchina per andare non ricordo dove a fare non ricordo che cosa, guido nelle vie della pineta di Forte dei Marmi, stradine strette che conosco come le mie tasche; non c’è nessuno in giro, vado veramente piano.

Poi quando riapro gli occhi c’è sangue ovunque, la macchina contro il muretto di una villa, il parabrezza non c’è più, il finestrino dal mio lato è in pezzi.

Le strade della pineta erano completamente ricoperte di aghi di pino, tanti da nascondere lo stop che infatti lui, il nonnetto in bici che ho investito, non ha visto e tanti da rendere inutile la mia frenata, con la macchina che si è girata ed è poi andata dritta contro il muro. Il nonnetto è saltato sul cofano con tutta la bicicletta, ha sfondato il parabrezza e il resto non lo ricordo.

Lo portano via in ambulanza, io sto lì con i vigili: sono una maschera di sangue e ho frammenti di vetro ovunque ma mi faccio solo medicare al volo e poi voglio stare lì per capire. O più probabilmente perché non capivo esattamente che cosa stesse succedendo. Nel frattempo dall’ospedale giungono notizie rassicuranti: non si è fatto nulla, solo molti tagli, dopo qualche ora sarebbe tornato a casa. Io concludo la giornata dai carabinieri: nel frattempo papà ha parlato al telefono con il comandante, ed è proprio lui che insiste perché io torni subito a guidare. “Altrimenti questo choc te lo porterai dietro tutta la vita“. Insomma, tutte le attenzioni erano su di me, come se fossi io la vittima.

Non ricordo bene il resto di quel pomeriggio, se non che mi guardavo allo specchio e mi spaventavo da solo: tutti quei taglietti, coperti da microcerotti bianchi e la tintura di iodio ovunque.

Il comandante mi ha accompagnato in albergo alla fine del suo turno di servizio, insistendo affinché guidassi io.

Io ho continuato a guidare, con papà abbiamo continuato a litigare. E questo episodio mi torna in mente solo ogni tanto, invece forse dovrei ricordamelo più spesso: non giudicare le persone, il ruolo del caso e della fortuna, cose così. E soprattutto: se vai piano ti puoi permettere anche una microdistrazione. Ah, papà, ti volevo dire che l’automobile l’ho rottamanata, non ti arrabbiare.

Sabato 28 giugno: vieni ad abbracciarmi?

Sabato c’è il Pride a Milano. Io sono piuttosto allergico alle feste di un giorno, soprattutto a quelle che servono per confinare in 24 ore temi che meriterebbero tutto l’anno, però per il Pride ho sempre fatto un’eccezione. Prima di tutto perché ricorda una ribellione coraggiosa, e anche violenta – sì, che ha di fatto aperto il cammino dei diritti per molti di noi, e poi perché ho sempre visto il Pride come un abbraccio. Tra chi con fatica e spesso con dolore ha vissuto uno o 100 giorni da emarginato e tra tutti noi e la città, dove abitiamo insieme a tutti gli altri, dove lavoriamo e studiamo e costruiamo relazioni e partecipiamo alla vita della comunità. La città dove paghiamo le tasse, anche.
Un abbraccio per tutti quelli che non si sono mai allineati allo stile dell’omosessuale normalizzato, e dichiarano quello che sono in ogni gesto della propria giornata. A loro, soprattutto, dobbiamo qualcosa e delle scuse per tutte le volte in cui abbiamo pensato che i diritti fossero un tema di comportamenti: ti accetto se ti comporti come un maschio eterosessuale, se cammini da uomo, se non hai atteggiamenti ambigui. Insomma, se sei uguale alla maggioranza.

Un abbraccio della città e alla città perché abbiamo ancora bisogno di essere abbracciati, anche i più fortunati tra noi: c’è ancora un sacco di gente che pensa che non siamo adatti a crescere dei bambini, che ci meritiamo registri separati per portare nella società le nostre famiglie, perché nel 2014 c’è chi ancora disegna ghetti e chi ci insulta in nome della libertà di espressione. Un abbraccio per tutte quelle discussioni nelle quali veniamo trascinati tra mille distinguo e precisazioni tra “non ho niente contro” e “ho tanti amici gay”. Poi si ride, ci si passa sopra, ci si arrabbia, dipende: alla fine resta un senso di amarezza e di stanchezza, che – ok – non sono un dramma, ma non è giusto. Ecco, è tutto qui: non è giusto.

Milano è avanti anni luce rispetto a tante altre città d’Italia e proprio per questo secondo me è pronta per un abbraccio più grande: spero che sabato ci siano tanti eterosessuali, tante famiglie quali che siano, tanti bambini, tanti ragazzi. Tanti che non sentano il bisogno di specificare che sono etero, e che aiutino anche noi a superare le nostre divisioni. Tanti che non stiano ai lati della parata a ridere e fare fotografie, ma che ci stiano dentro, a ridere e a farsi fotografare.

Insomma vorrei che il Pride di Milano fosse quello di un altro mondo è possibile – e chissà che in tanti non si accorgano che noi questo mondo possibile stiamo cercando di costruirlo da tanto, e che ci fossero tutte le persone più belle di questa città.

Se vieni e vieni in bici, con i pattini, con lo skate, come ti pare, l’appuntamento per il Pride con le ruote a trazione umana è alle 16/16:30 nella zona del Bike Mi di piazza Duca d’Aosta (guardando la Stazione Centrale, sulla destra). Il corteo partirà alle 17 e sarà aperto proprio dalla pattuglia ciclo-pattinatrice.

Quelle bici intorno a me, di notte e di giorno: storie di gioco e impegno

Se chiudo gli occhi mi sembra di vederli lì davanti anche in questo momento: i ragazzi sui roller che disegnano gimcane sulle strisce della carreggiata, le Bmx che saltano su e giù dai marciapiedi, gli skateboard che ballano con la loro musica o con la mia. Non ci sono macchine, ci sono circonvallazioni libere, viali silenziosi, angoli nascosti di Milano dove non c’è nessuno. Ci sono loro, ci siamo noi. È la fotografia delle notti di Critical Mass, con tanta gente che gioca per la strada. Sono spazi che si sono magicamente liberati perché il resto del traffico è alle spalle e la gente fuori dai bar prima non capisce come mai all’improvviso sia tutto così silenzioso e poi arriviamo noi e forse capisce o forse no, ci guarda, sorride.

Ci ritagliamo un pezzo di città come ci piacerebbe fosse più spesso, poi ognuno lo fa con le proprie motivazioni, che non sono tutte uguali. E nemmeno le mie son sempre le stesse, però quella fotografia che mi resta sempre più impressa, giovedì dopo giovedì, mi fa pensare a quanto sia fertile il clima che si crea attorno a quel semplice giro in bicicletta. Fertile perché da quei giovedì di Milano sono nate tante cose, direttamente o indirettamente, perché si sono consolidate abitudini, stretti rapporti, coltivati sogni e realizzate idee. E dalle idee ai progetti e alla loro attuazione il passo è stato spesso breve.

Giocare per strada, anche da adulti: forse il segreto è tutto qui.

Se poi tengo gli occhi chiusi e li riapro mi ritrovo davanti un’altra fotografia, completamente diversa: c’è la luce del mattino, ci sono le stesse circonvallazioni però piene di automobili ferme, ci sono donne e uomini nervosi dappertutto. E parlano al telefono, e sono vestiti bene. Stanno correndo da qualche parte, o almeno vorrebbero. Ma ci sono anche delle bici, molte di quelle che ho visto la notte precedente. E sopra quelle bici ci sono persone che vanno all’università, a lavorare, a cercare un lavoro. Ma giocano ancora, perché sanno ancora come si fa. Lo hanno imparato da piccoli, lo hanno ricordato un qualche giovedì sera, e hanno appena fatto un giro sulle giostre con i bambini di massa marmocchi.

La fotografia è diversa, ma davanti a me ci sono sempre delle biciclette, sulle strade verso una scuola o su quelle dei ritorni. Non son cose che succedono a caso, prima ci sono state tante chiacchiere su qualche chat – “e domani chi c’è?”, “alle 7:30 in San Babila?”, e tante telefonate all’alba per la sveglia. Però poi quasi per caso ci ritroviamo tutti insieme andando verso il parco vicino alla scuola e altrettanto per caso salutiamo chi, al ritorno, gira da una parte e chi va verso il centro o un’altra periferia: mentre li saluto mi sembrano così diversi dagli altri, da quelli chiusi in qualche automobile, mi sembrano così belli e mi sembra che possano portare qualcosa di speciale in quello che stanno andando a fare, e quindi, in definitiva, alla comunità nella quale vivono e studiano e lavorano.

Insomma, quando torno a casa il giovedì a tarda notte o le mattine presto di massa marmocchi ho sempre davanti queste due fotografie, che dicono di amicizie e impegno e gioco.

Milano, inquinamento alle stelle: usate la bicicletta per abbassarlo, poi ricominciate a usare l’auto finché non arriviamo di nuovo al limite

Oggi e domani a Milano il bike sharing è gratuito: una misura contro l’inquinamento che in questi giorni sta superando i limiti di guardia.

C’è qualcosa di beffardo e irritante in questa misura. Un provvedimento beffardo per chi usa la bici (o va a piedi o usa i mezzi) tutti i giorni, tutto l’anno, e subisce le conseguenze del comportamento di chi, invece, usa l’automobile anche per fare 500 metri: basterebbe che il 30% di quelli che non hanno reali necessità di spostarsi in macchina facesse scelte alternative per avere un’aria migliore, strade più libere e quant’altro, tutte cose ovvie che sappiamo tutti.

Ma soprattutto è un provvedimento irritante perché la bici sembra essere scoperta all’improvviso, una carta da giocarsi come mossa disperata, dopo che in questi anni poco o niente è stato fatto per costruire una città diversa. Perché la bicicletta o la mobilità dolce o un nuovo assetto degli spostamenti e degli spazi – chiamatelo come volete – non è mai entrata davvero nella cosiddetta agenda politica, ma è sempre stata affrontata come il tema di singoli assessorati. Eppure ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che per invertire i rapporti, per rendere davvero significativo il numero di spostamenti che avvengono con mezzi diversi dall’automobile non si passa tanto per le piste ciclabili o le rastrelliere o il car sharing o le Zone30 a macchia di leopardo, bensì per un nuovo progetto di città, dove il tema della mobilità e degli spazi per le persone sia al centro.

Invece si fanno le domeniche a piedi e poi si annullano se piove (messaggio che arriva: col brutto tempo è indispensabile l’automobile), si fa AreaC e poi i “giovedì dello shopping” (messaggio che arriva: se devi fare compere serve l’automobile in centro), si fanno le Zone30 ma non sulle vie più trafficate (messaggio che arriva: qui vai pure a 70 km all’ora serenamente), si fanno mille altre cose ma sempre con l’idea di fondo che non bisogna disturbare troppo il guidatore. E d’altra parte ognuno di noi può testimoniare dal proprio quartiere la tolleranza assoluta che regna nei confronti degli automobilisti che si comportano in modo scorretto: velocità sconsiderate, nessun rispetto delle strisce pedonali, parcheggio in seconda fila, sul marciapiede, sugli scivoli (e anche su questo: ottime le nuove iniziative contro le barriere architettoniche, ma irritanti se poi non si ritira la patente o si sequestra l’auto a chi la mette “due minuti” sugli scivoli per andare a bere il caffè).

E per tanti messaggi ambigui che arrivano ce ne sono altri che invece non arrivano proprio: bambini investiti sulle strisce pedonali che sono passati via come se nulla fosse successo, “capita”.

Milano oggi è senz’altro amica delle biciclette, ma è quel tipo di amicizia da pacca sulla spalla, c’è quel tipo di attenzione quasi di maniera, quella che si riserva a qualcuno che ti è simpatico, ma che in fondo non consideri davvero importante, come quando stai parlando con una persona e poi ne arriva un’altra che ti interessa veramente e ti precipiti subito da lei. Ecco, è così: Milano crede ancora che l’automobile sia il centro della vita cittadina, il motore della sua produttività, l’elemento indispensabile per lo sviluppo del commercio e dell’economia. Salvo poi chiedere, per favore, di usare la bicicletta quando le conseguenze di quell’azione (o non azione) politica portano il Pm10 oltre la soglia.

Massa marmocchi e il figlio che non ho avuto

In bici a scuola a Milano
Poi un giorno ti capita davanti una fotografia e ti accorgi che potresti essere un buon padre.

Non che non ci abbia mai pensato in questi anni, anzi. Mi ricordo che quando ero molto giovane, verso i venti, mi ero fissato che avrei dovuto avere un figlio prestissimo, per fare in modo che fosse già adulto durante i miei quaranta. Il progetto non è andato in porto, per una lunga serie di ragioni.
Ho smesso di pensarci quando mi sono reso conto che non avrebbe mai avuto una madre, ma semmai un altro padre, e credo poi di essermi arreso di fronte alla montagna di difficoltà che due genitori omosessuali avrebbero dovuto affrontare nell’Italia di fine secolo scorso. E di quanto queste avrebbero potuto condizionare la crescita serena di un figlio.

Le storie di amici eterosessuali che sono passati attraverso il calvario di un’adozione, poi, mi hanno definitivamente convinto che sarebbe stata necessaria una determinazione titanica, fuori dalla mia portata. Anche perché, diciamolo, i bambini a me non sono mai piaciuti. Quelli degli altri, almeno.

Si tratta, evidentemente, di un’affermazione molto sciocca, un tentativo di nascondere da qualche parte la voglia di far crescere qualcuno vicino a te, di dare un senso a quel desiderio di cambiare il mondo che non ti ha mai abbandonato: farlo per lui.

Quando, qualche mese fa, ho iniziato ad accompagnare a scuola i bambini in bicicletta, credevo che il piacere di alzarsi presto e attraversare la città per poi tornare a casa di corsa fosse legato appunto alla bici. Oppure al fatto di stare insieme a tanti amici. In altre parole, che anche se si fosse trattato di accompagnare delle scimmie ammaestrate oppure consegnare una scatola di coriandoli, ecco sarebbe stata la stessa cosa. Invece con il passare delle settimane ho scoperto che i bambini mi piacciono assai. Anche quelli degli altri.

Tutti stiamo perdendo qualcosa non permettendo a tanti che invece lo vorrebbero di crescere le donne e gli uomini di domani. Tutti stiamo perdendo qualcosa e alcuni di noi stanno perdendo qualcosa in più, ma riconosco che abbiamo le nostre colpe quando ci arrendiamo davanti alle grandi (non) decisioni politiche e ai piccoli ragionamenti che sentiamo al bar nelle mattine di un giorno qualsiasi: “ho tanti amici gay, ma” oppure “non ho niente contro i gay, ma sui figli ecco ma però” eccetera.

Io forse mi sono arreso, ma se non altro posso pensare che quel desiderio di cambiare il mondo ha un senso per loro, per quei bambini in bicicletta la mattina a Milano.

Il sindaco Giuliano Pisapia che non mi piace, quando assomiglia a un qualsiasi commentatore di quotidiani

Premetto che sono un sostenitore del sindaco Giuliano Pisapia, che lo stimo come persona, e che spero davvero di poterlo votare ancora alle prossime elezioni con lo stesso entusiasmo con il quale l’ho votato la volta scorsa. Dico spero perché al momento quell’entusiasmo non c’è, ma so che i bilanci vanno fatti a tempo debito e questo non è ancora quel momento. Ci sono molte cose che non mi sono piaciute in questi anni, in particolare sul tema ampio degli spazi della città, ma non voglio fare ora un’analisi che sarebbe ancora troppo parziale.
Detto questo, però, devo dire che l’intervista pubblicata oggi su RadioBici non mi è piaciuta per nulla. Non mi è piaciuta la vaghezza attorno al tema dell’allargamento di AreaC (il programma è in prospettiva quello di arrivare a un’estensione: è una non risposta, tanto vale dire di no, che è una risposta lecita, ma almeno è una risposta), ma soprattutto non mi è piaciuta questa frase:

Lo dico da ciclista ai ciclisti che forse bisogna fare più attenzione a rispettare le regole.

Questo è un’affermazione degna del peggior commentatore del Corriere della Sera, quello che a ogni notizia che riguarda la ciclabilità tira fuori l’indisciplina dei pedalatori; non è un’affermazione da sindaco, a maggior ragione se dichiara di lavorare per far diventare Milano la città europea dei ciclisti (un mezzo sorriso, amaro, ci sta).

Il sindaco inserisce la sua richiesta in un ragionamento più ampio sull’alleanza che ci deve essere tra pedoni e ciclisti contro l’abuso dell’automobile privata, che è un tema sacrosanto, ma la risposta ai ciclisti che vanno sul marciapiede (e da qui i conflitti con i pedoni) non può essere invocare il rispetto delle regole, deve essere rendere la strade un luogo sicuro per tutti. Il conflitto si genera perché c’è un abuso degli spazi da parte dei mezzi a motore, abuso rispetto al quale poco o nulla è successo in questi anni. Anzi, vige un clima di tolleranza rispetto a una serie di comportamenti apparentemente innocui, ma nella sostanza molto pericolosi (sosta selvaggia e velocità in particolare). E non sto nemmeno a ricordare che a Milano non c’è trasparenza sulla situazione delle multe (tranne quando si tratta di fumo negli occhi a uso dei media), fatto che trasforma in aria fritta qualsiasi ragionamento sul rispetto delle regole.

Io poi non ho accesso ai dati dei pronto soccorso, ma credo che per il sindaco non sarà un problema farsi dare il numero di feriti provocati dalle auto e di quelli provocati dalle biciclette: se ci dovessero risultati che negano l’evidenza, farò ammenda.

Sarò il primo firmatario di una politica di seria repressione dei comportamenti irregolari dei ciclisti, il giorno in cui avremo ridato le strade alle persone della città.

L’intervista integrale:

Io non mi sto preparando, e in fondo non c’è novità

Fino all’anno scorso potevo far finta di nulla, non sono mai stato forte in matematica. Ma adesso è dura: 2014-1964 fa 50. Potrebbe anche fare 60, con un calcolo frettoloso, quindi meglio affrontarla subito. Cinquantanni. Quando hai 20 anni quelli di 30 ti sembrano dei nonni, a 30 se hai visto l’Ultimo Bacio pensi al suicidio, a 40 non pensi più perché sei troppo impegnato a correre, a metterti creme, a star dietro a questa o quella ipocondria del momento. Ma a 50 che cosa devi fare o pensare? Boh, io non lo so.

Io penso solo che non sono pronto. Che il mondo come sarà tra 30 anni lo vorrei vedere da lucido, capace di muovermi, possibilmente su una bici a scatto fisso, capace di usare l’iPhone 19 senza bisogno di una badante. Penso ai luoghi che non ho ancora visto e che non esiste rimandare ogni anno il foliage nel New England solo perché capita in periodo poco compatibile con le ferie, per non dire di quelli che devo vedere meglio.

L’unica strada è fare in modo che per il mondo come sarà tra 30 anni non sia necessario aspettare proprio 30 anni. Costruire il futuro, subito però.

Lasciare l’India è complicato, non solo emotivamente

Io negli aeroporti ci vivrei, per dire quanto mi piacciono, quindi è raro che a quei luoghi di partenze e sogni siano legati brutti ricordi, a parte Mumbai.

Siamo partiti subito male, quando tentando di fare il check-in on line è comparsa una scritta tipo: l’aeroporto dal quale si parte richiede procedure di controllo che impediscono di stampare la carta d’imbarco. Uhm.

Arriviamo all’aeroporto all’una meno un quarto (di notte), riusciamo a essere davanti all’ingresso dell’area Emirates all’una e venti (di notte): servono più di 35 minuti in macchina per fare i 100 metri della rampa che conduce alle partenze internazionali, tra ingorghi causati da pullmann che si fermano in mezzo alla strada e gincane attraverso sbarramenti messi dall’esercito – che presidia in forze – per controllare gli accessi.

Per entrare nel terminal c’è una coda lunghissima, usiamo – vergognandoci, sì – lo stile indiano e la saltiamo quasi tutta con disinvoltura, fino a quando non ci troviamo davanti a un militare che controlla i passaporti e pretende che tutti abbiano un biglietto stampato, anche se viaggiano con e-ticket. Per fortuna avevo fatto una foto col telefono e riusciamo a passare anche con quella; due ragazzi americani vengono invece spediti in un non-meglio-precisato spazio esterno all’aeroporto dove rilasciano permessi cartacei speciali per entrare. Loro allibiti, noi pure; ma entriamo.

Il mezzo check-in on line fatto ci proietta verso l’apposita coda ai banchi Emirates, non prima di aver passato un altro controllo (su lunghissimi tabulati) dal quale risultava che, sì, effettivamente avevamo i titoli per presentarci lì e non da un’altra parte. Arriva il nostro turno, consegniamo i passaporti e succede l’inverosimile; il tipo li sfoglia, poi ci guarda, e:

Ma voi cosa siete, amici?

Gli stiamo per saltare alla gola, lui se ne accorge e archivia rapidamente la domanda. Però ne pone un’altra ancora più ridicola:

Avete una copia degli e-ticket?

Gli spieghiamo il significato della lettera “e” prima di “ticket” e archivia anche la seconda domanda. Dopo 10 minuti abbiamo finito e iniziamo a cercare i consueti cartelli “imbarchi”. Invece ci sono i cartelli “immigration”. Ma no, non può essere per noi, non stiamo immigrando. E invece sì, c’è un bel salone con milioni di persone in coda per emigrare. Nei tre quarti d’ora che ci mettiamo per arrivare in fondo svariati incaricati delle varie compagnie aeree vengono a cercarsi i passeggeri uno a uno (“anyone for the Ba flight to Heathrow?”, “people travelling to Sydney tonight?”), cioè quei poveretti che si sono presentati in aeroporto in tempi compatibili con qualsiasi altra procedura, ma non con queste.

Otteniamo il nostro timbro, passiamo un altro controllo passaporti in mezzo a un corridoio, arriviamo finalmente alla security. Sappiatelo, la cosa più importante quando si viaggia in aereo in India è la targhetta di carta da mettere sui bagagli a mano e su qualsiasi altra cosa abbiate addosso: borse, borsette, marsupi, ombrelli. Quelle orrende, inutili strisce di carta che vengono distribuite a chili ai banchi delle compagnie e che di solito non servono a nulla, qui sono fondamentali, in quanto è su quelle che viene apposto il timbro di “bagaglio verificato” e senza le quali non vi faranno salire in aereo. Passiamo i controlli, otteniamo i nostri timbri. Guardo la carta d’imbarco e mi accorgo che con tutte le scritte e le sigle che ci hanno messo sopra non si legge più nemmeno il posto sull’aereo.

Ho sete, cerco di comprare dell’acqua. Nonostante siano ormai le tre di notte (più di due ore dopo il nostro arrivo a 100 metri dall’aeroporto) ci sono un sacco di voli in partenza e quindi tanta gente e quindi tutti i negozi sono aperti. Però: non accettano le carte di credito perché hanno un problema con i terminali, non accettano le monete straniere di piccolo taglio, solo i biglietti di carta da almeno 10 (euro, dollari, eccetera), però poi nel caso il resto te lo danno in rupie, che non potresti più cambiare da nessuna parte. Mi tengo la sete.

Alle 4 iniziano le procedure di imbarco. Prima i gruppi con bambini, però solo se si sono messi in fila secondo regole che sfuggono a tutti, infatti alcuni genitori si presentano al gate probabilmente facendo un percorso diagonale, mentre i tizi vogliono che sia diritto e li rispediscono in fondo. Mentre imbarcano le famiglie, quelli in coda per la first e la business iniziano a spazientirsi, e restano bloccati di fronte a un generico “you, later”.
Parte l’imbarco dell’economy, per zone. Noi siamo nella prima e siamo lì davanti da mezz’ora. C’è lo stesso tizio che ci ha chiesto se eravamo amici, l’operazione simpatia fatta al check-in produce i suoi frutti: ci spedisce in fondo alla coda, nonostante fossimo i primi. Io non gli metto le mani addosso solo perché nel frattempo rido molto vedendo che quella ragazza che viaggia in business e che si atteggia come se ce l’avesse solo lei, è ancora bloccata in coda perché stanno incredibilmente imbarcando prima l’economy. Arriviamo al primo controllo, c’è un militare che verifica la presenza dei famosi timbri sulle famose etichette di carta: una signora davanti a noi l’ha persa, ha solo la cordicella attaccata alla borsa, e viene fatta ripartire dal via – deve ricominciare tutto dalla security.

Passato il militare ci attende il tunnel che conduce all’aereo, sul quale incontriamo un ragazzo che corre verso il gate, cioè in direzione opposta: ha in mano un sacco di carte d’imbarco. Scopriamo dopo perché: il controllo delle carte d’imbarco medesime non viene fatto al gate, ma appunto in fondo al tunnel dove non c’è il computer, quindi raccolgono gruppi di carte e poi il tipo va avanti e indietro da lì al gate per farli passare dal terminale. Nel frattempo incontriamo l’addetto allo strappo delle carte d’imbarco e infine un altro militare che dà un’ultima occhiata al famoso cartellino dei bagagli. Saliamo a bordo, sono le 5 di mattina: siamo usciti dall’albergo a mezzanotte. Appena arrivato a casa ho bruciato i cartellini timbrati dei bagagli, così come gesto liberatorio.