Il 2017: un anno in salita, e non è ancora finita

Ci sono gli anni bisestili e quelli che passano via in un lampo. Quelli con Saturno contro e quelli quando cambia qualcosa. Ci sono anni di traslochi e di promesse. Di una bicicletta nuova e di altre elezioni. E poi c’è il 2017: questo è stato un pezzo del mio.

È stato un anno strano, per me. Di quelli che alla domanda di circostanza come stai? avresti quasi sempre voglia di rispondere abbastanza male ma poi non lo fai. Perché in fondo non lo sai nemmeno tu perché. Non lo sai perché non ti senti mai davvero bene, e più cerchi di capirlo più non ti senti proprio bene.

Io sono sempre stato una persona inquieta. Un senso di perenne ricerca di qualcosa che nei momenti positivi è curiosità, progetti, propensione al cambiamento, in quelli negativi è una via di mezzo tra l’ansia e la depressione, un’irrequietudine (o irrequietezza? chissà, comunque, ecco nel 2017 se esistono le ho passate entrambe): ecco, mi sento così, con poca curiosità e molta ansia, e non lo so come mai. E cercando appunto il perché ho capito che cosa mi faceva stare meglio e che per tante ore mi ha regalato una pausa di tranquillità tra un momento e l’altro: andare in bici in montagna.

Lo so che l’ho già detto, e lo so che lo si era già capito, ma nel 2017 non sono stati solo la bici e la montagna. Nel 2017 mi hanno fatto stare bene le giornate che iniziavano staccando i dati dal cellulare, preparando una borsa dove a mano a mano ho imparato a mettere solo le cose davvero indispensabili, prendendo un treno, respirando all’improvviso un’altra aria e un’altra storia, iniziando a pedalare con la sorpresa di vedere un pezzo di mondo nuovo, con Quell’Altro là davanti a tenermi attaccato a quello del mio mondo che mi piace. Nel 2017 è stata l’idea che poi in cima c’è sempre un rifugio, godersi il piacere leggero di una fatica intensa, c’è una fetta di torta e prepararsi poi per la notte che è quasi sempre fresca.

Nel 2017 ho fatto tante salite nuove per me, che bisogna sempre esplorare e cercare di andare più in alto e più lontano, tante che se le elenco mi sembrano ancora di più: la Conca di Crezzo, il Colle Zambla, il Passo Selvino, il Monte Penice, Pian dei Resinelli, il Cornizzolo, il passo del Bernina da Tirano, il Monte Lesima, il Balcone d’Italia, il Passo Agueglio, il Passo San Marco e poi Giau, Falzarego, Tre Cime di Lavaredo, Tre Croci, Valparola, Gardena, Sella, Pordoi, Campolongo, San Bernardino, Torri di Fraele, Gottardo, Furka, Novena, Julier, Albula, Crocedomini.

Quell’Altro là davanti a tenermi attaccato a quello del mio mondo che mi piace.

Nel 2017 ho pedalato tante volte sull’amatissimo Stelvio, ho toccato con mano la meraviglia del Nivolet, mi sono coccolato con i tornanti dello Spluga e del Maloja, e alla fine ho messo il bollino anche sul Mortirolo, ma questo – devo dirlo – quasi più per dovere che per piacere. E sono anche stato tante volte a Morterone, il paese più piccolo d’Italia in cima a una delle mie salite preferite: aspra, isolata, silenziosa.

E poi sono tornato da mille altre parti che conoscevo già e in tutto questo pedalare ho capito tanto di me, di quello che mi piace fare in bici e di come mi piace farlo, ho guardato e respirato tanto mondo là fuori e là in cima. Ho anche capito che forse quest’anno ho esagerato, che dovrò dosare meglio le forze e le energie, ascoltare di più i messaggi del mio corpo. Ma nel 2017 l’urgenza era un’altra e quindi bene così.

Colle del Nivolet: la grande meraviglia.

Il 2017 è stato un anno complicato per me che quell’andare in bici in montagna ha reso più sopportabile; poi viene sempre il momento nel quale devi riattaccare i dati e le notifiche e poco tempo o voglia di scrivere, troppo tempo buttato a leggere, velocemente e male, cose inutili. No, non è che sto dando la colpa all’internet per questo 2017 di malessere, figuriamoci, però so che devo imparare a gestire questa nuova internet, così tanto diversa da quella con la quale sono cresciuto. Perché prima mi portava dentro le cose, soprattutto dentro quelle nuove, era conoscenza e approfondimento, adesso rischia di tenermi sulla superficie di tutto, senza mai entrare nel merito di nulla.

E quel malessere strano me lo sono portato anche in vacanza quest’estate. Un viaggio in quella parte di mondo – il Perù, la Bolivia, il Cile – che immaginavamo e preparavamo da tanto, sembrava il coronamento ideale di una primavera passata su e giù dalle Alpi. Di fronte al Bernina, che mi piace tanto, o al Nivolet, che mi ha tolto il fiato, ho pensato che presto avrei avuto davanti un mondo che moltiplicava per 10, per 100 quella bellezza lì. Che la chiamo così, bellezza, perché quei posti nemmeno la più incredibile delle fotografie te li può raccontare, figuriamoci le parole.

E invece ho rovinato tutto.

Perché là in Sud America quell’irrequietudine si è mescolata con quel martello nella testa, e io non sono stato capace di uscirne. In quelle notti a 4.000 metri non ho avuto la forza di reagire, e avevo solo voglia di scendere. Ma sì, è il mal di montagna. È una cosa che capita come l’influenza o il morbillo, non è che ci si può fare molto. Però io sono sicuro che in un altro momento l’avrei gestito, se non fosse stato il 2017 mi sarei fatto più forza e ci sarei passato sopra. Così in questo 2017 tutto in salita ho conosciuto anche questa cosa nuova del senso di sconfitta. Non che abbia sempre vinto in tutte le cose che ho fatto; però ho sempre lottato, ci ho messo il centopercento e spesso anche di più: le sconfitte non erano mai veramente una sconfitta, ma un passaggio, una prova in qualche modo comunque superata. Invece quel volo di rientro anticipato dal Sud America mi appariva come una sconfitta definitiva, totale.

In un altro post che sto scrivendo da mesi (“Che cosa si prova a compiere 50 anni”, che di questo passo tra poco aggiornerò in “60”) cerco di raccontare come invecchiare per me sia legato a una serie di momenti che poco hanno a che fare con gli anni o le scadenze del tempo; ho compiuto 50 anni una sera giocando a calcetto, li ho compiuti durante un lungo viaggio sulla Route 66, e certamente li ho compiuti quella notte a La Paz, Bolivia, quando abbiamo deciso di tornare in Italia.

Una giornata piena di luce e tante ombre e paure salendo al Passo dello Stelvio da Prato.

Una sconfitta tanto dolorosa che poi è servito a poco anche andare a cercare conforto in montagna, di nuovo sullo Stelvio o a rivedere il Gavia: appena arrivati sono stato a letto tutto il giorno e per un giorno intero, formalmente colpito dalla dissenteria, ma certo non è stato quello che avevo mangiato ad aver mandato in tilt tutto il sistema. Il giorno dopo siamo saliti sullo Stelvio da Prato allo Stelvio e Quell’Altro mi ha letteralmente trascinato per quegli ultimi 500 tornanti, perché io a un certo punto mi sarei fermato, avrei preso un altro volo di rientro dal Sud America.

Ciao Marco, come va?
Adesso veramente di merda, grazie.

Ma non solo cose così in questo 2017, perché il fatto di non stare bene mi ha fatto mettere a fuoco altro, conoscere elementi di puro benessere. La bici, non lo ripeterò. Quell’Altro, che non lo dico mai e meno che meno lo dico a lui, però in questo fluttuare del mio umore, in questa ricerca perenne di qualcosa che non trovo e che probabilmente non esiste, è un punto fermo senza il quale chissà. Qualche amico che vedo sempre troppo poco e anche quelli che non vedo mai, che forse nemmeno lo sanno che siamo amici. Eppure capita di trovare una foto su Instagram (ecco, è questa cosa qui internet) e sentire che chi l’ha scattata eri in fondo tu, come se fossi tu. Ha fissato, fermato un posto e un momento che anche tu, proprio uguale. Tanti amici di bici, tante foto di montagne, tante strade (promemoria: cercare di spiegarlo perché la strada fuori e dentro le città è un luogo così speciale per me). Mi ha fatto stare meglio guardare i percorsi dei miei amici inconsapevoli su Strava più che leggere post pieni di inutile aggressività su Facebook.

Sapere che ci sono persone come te, è una cosa che ti fa stare bene, chissà perché.

Poi è arrivato settembre. Uno dei miei mesi preferiti (coming out: sono cresciuto con September morning / Still can make me feel that way) che ultimamente era diventato un incubo perché qui si concentrano tutte le sostanze alle quali sono più allergico, e quindi etcium tutta la notte e mal di testa furibondo durante il giorno. Invece il 2017 tra un malessere e l’altro mi ha portato in regalo un nuovo allergologo e un nuovo trattamento e un settembre senza sintomi.

È arrivato settembre e ho capito che mi serviva qualcosa per uscire da quel tunnel, per cambiare il senso di un anno così. Adesso, mentre scrivo, penso che forse sarebbe stato più saggio andare da uno psicologo o da uno psichiatra o da entrambi e di corsa, ma per fortuna io saggio non lo sono mai stato: mi sono iscritto alla maratona di New York, di corsa.

Che cosa c’entra? Nulla. Apparentemente almeno. In realtà New York vuol dire parecchie cose per Quell’Altro, per me, per noi due insieme, per noi due separati. Questo 2017 di montagna è stato anche l’anno di Paolo Cognetti delle sue otto montagne, lui che ha saputo cogliere tanto di quella New York che è così speciale per noi. New York, le montagne. Tutto torna, vedi?

Non c’entra nulla, però per me ha significato davvero tanto. Prepararla, correre e correre e ancora correre. E poi correrla. Devo dire la verità: sono passati quasi due mesi da quel 5 novembre e ancora ne sto pagando le conseguenze a livello fisico perché almeno metà di quei 42 km li ho corsi con la testa, dato che le gambe e le caviglie e le ginocchia non mi avrebbero portato nemmeno a uscire da Brooklyn. E però proprio averla finita nonostante il male e la fatica fuori dalla mia portata fisica, averla finita mi ha fatto uscire da quel tunnel dove mi ero infilato, e chissà come mai.

Ehi Marco, come stai?
Meglio, sai?

Il senso di sconfitta definitiva che mi era piombato addosso quella notte a La Paz, Bolivia, e quello di una vittoria strapreziosa tra il Bronx e Central Park: ho compiuto 20 anni quel giorno di due mesi fa, e il mondo improvvisamente è tutto ancora intero, è tutto chi lo sa.

Quello che non potevo immaginare il 5 novembre era che il 2017 non finiva affatto con il traguardo della maratona e una medaglia luccicante, e che ci sarebbero state tante altre salite per me. Ma questa è tutta un’altra storia e aspetterò il 2018 per raccontarla.

Il mio 2017 di bicicletta e di tante salite, alcune durissime.

Milano, Lombardy, Italy.

La campagna elettorale, un viaggio e il grande niente

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Dopo tanti giorni pieni di parole, le pedalate a 2000 metri piene di silenzi.

Sono settimane che cerco di scrivere qualcosa di decente sulla campagna elettorale, su come l’ho alla fine vissuta, sulle mie impressioni e su come sono stato dopo e su come sto ora e sul “e adesso?”. Sono settimane che inizio un post e poi lo lascio lì, che appeno lo rileggo mi chiedo non mi capacito di quanto sia brutto.

Sono settimane e le settimane passano e forse ha sempre meno senso raccontare che cosa ho pensato, però quel “quindi adesso?” invece merita ancora una risposta. E chissà che questa sia la volta buona, il post buono. Se non proprio bello, almeno buono.

La campagna per filo e per segno è già stata raccontata e riassunta perfettamente da Alessio, non aggiungo altro:

DALLA PROMESSA AL PROTOTIPO. LA CAMPAGNA MARCO MAZZEI X MILANO. 1000 VOTI X LA FELICITÀ URBANA.

Dunque, come sto? Io sto bene. Quei due mesi (la decisione, pronti via, le elezioni) sono stati così pieni che mi ci è voluto poi un sacco di tempo per diluire i pensieri e le sensazioni e ripensare a tante cose che sono successe e cercare di capirle meglio. Io sto bene e sono molto contento di aver deciso di candidarmi, sono molto contento di aver fatto quella campagna elettorale, sono strafelice e molto grato per le persone che sono state con me e forse anche di più, sono orgoglio di aver accettato una sfida e di averla vinta – perché quando ci metti la faccia in quel modo, senza rete e senza protezioni, puoi rischiare una gran brutta figura.

Sono contento anche perché ho capito che la politica è ancora molto migliore dell’antipolitica: la politica è quella cosa che consente a un cittadino qualsiasi di scrivere un progetto per la comunità dove vive, di raccontarlo, di raccogliere consenso e sostegno. La politica è quella cosa che può portare quel cittadino lì a fare il consigliere comunale o l’assessore: senza amicizie – ma con tanti amici veri, senza appoggi, senza protezioni, senza sponsor. L’antipolitica invece è quella cosa che per dimostrare che i politici sono tutti uguali continua a far eleggere sempre gli stessi, almeno poi può dire che fanno schifo. Una delle ragioni per le quali io oggi non sono assessore o consigliere – oltre naturalmente a quella principale: non sono stato così bravo da raccogliere abbastanza voti – è che molti di quelli che avrebbero potuto votarmi alla fine hanno preferito l’antipolitica alla politica. E con quell’antipolitica lì succede, per esempio, che oggi nessuno si interessi davvero di bici nei Palazzi del potere milanese. Quindi insomma: viva la politica, speriamo ci siano sempre più spesso persone qualsiasi con un bel progetto che decidono di provarci; io ho imparato la lezione e le sosterrò con entusiasmo.

Due mesi pieni zeppi di cose, mai un momento per fermarsi a pensare, e il lavoro e quella telefonata e 2000 email da leggere. Poi si vota, poi è tutto finito però c’è ancora l’adrenalina, sei ancora dentro un meccanismo che ti fa sentire eletto anche se non lo sei, ci manca solo che ti presenti al primo Consiglio Comunale, però è un po’ come se. È tutto finito ma ti senti ancora in corsa e ci vuole qualche giorno, passano uno o due settimane, per iniziare a rallentare. Ci vogliono alcune giornate in bici, pedalare tra le nuvole, le montagne. Ci vuole il Bernina e sentire i tuoi battiti e tutto inizia ad allontanarsi. Dopo settimane strapiene di parole quelle pedalate a 2000 metri sono piene di silenzi.

Sono felice di non vedere più la mia faccia dappertutto però vedo e sento ancora alcune ombre: persone che a causa mia, della campagna, hanno litigato o si sono allontanate. Poi forse le ragioni sono più complesse e le colpe in questi casi non sono mai appunto colpe, ma incomprensioni e cose che succedono. Però durante quelle pedalate estive di silenzio e pochi o nessun pensiero, ecco io ci ho pensato. È una di quelle cose che non mi sarei aspettato, e che invece ora so bisogna mettere in conto: quando ti candidi le persone ti vedono in modo diverso e attorno a te si creano inevitabilmente schieramenti, correnti, discussioni. Tu devi essere così bravo da fare in modo che non si creino barriere o si scavino fossati, ma magari te ne rendi conto molte settimane dopo, quando ormai è troppo tardi, quando attorno a te ci sono solo le alpi lombarde. E ti dispiace un sacco.

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White Sands National Monument, New Mexico.

Giugno, e poi luglio. I giri in bici e le prime domande: “e adesso?”. Che fare? Come dare a quei 1.000 voti il valore che meritano? Come farli pesare nelle decisioni che contano stando fuori dalle stanze dove si prendono le decisioni?

Non ho trovato risposte prima di partire e poi sono partito. Il sud ovest degli Stati Uniti è quel posto del mondo dove penso che un dio forse ci deve essere e probabilmente quel dio si chiama Gaia ed è questo pianeta che è vivo e cambia, cresce. È quel posto dove gli oceani sono andati e tornati più volte nel corso degli anni, di milioni di anni. Dove il tempo e lo spazio prendono significati che nel quotidiano di molti di noi sono sconosciuti. Sono stati giorni pieni di niente. Tanti chilometri, tante ore in mezzo al niente – che era così profondo e largo e lungo, un niente così totalizzante che si è preso qualsiasi cosa, ogni pensiero. Un viaggio che mi ha portato via come poche altre volte mi era capitato. Dai canyon dell’Arizona e dello Utah ai deserti bianchissimi di gesso del New Mexico fino alle palme della California: la primavera del 2016 non solo era lontana, quasi non era mai esistita.

E da quando sono rientrato da quel viaggio ancora non ci ho capito molto. Non sono ancora riuscito a trovare un equilibrio tra la, solita, voglia di fare cose, organizzare, sperimentare e quella di riempire quel grande niente con altro. Leggere, scrivere, stare per i fatti miei, guardare. Studiare, forse. Imparare cose nuove. Che magari vuole dire starci dentro, a quel grande niente.

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Huntington Beach, California.

Poi mi capita di incontrare sconosciuti che mi salutano con affetto e mi dicono che mi hanno votato, ascoltare il racconto di chi ha spostato la propria residenza a Milano solo per potermi votare, ricevere email con questo o quel tema da affrontare. E rimetto in fila quei mille voti e tutte le persone che hanno contribuito a raccoglierli: oggi ho sfogliato l’album fotografico della campagna e ho ripensato all’energia e all’allegria di allora.

Sto provando a riempire quel grande niente con le nostre facce di quei giorni, questa è la risposta alla domanda “e quindi?”. Perché a dire proprio tutta la verità io non so esattamente che cosa fare per dare continuità e valore alle nostre idee della scorsa primavera: non sono il tipo che batte i pugni sul tavolo – o a qualche porta, e non sono nemmeno capace di lavorare settimane o mesi su una cosa se non vedo che, almeno un po’, si muove.

E quindi la sfida: fare politica senza impantanarsi da qualche parte, senza perdere tempo.

Mille voti per il futuro di Milano, iniziamo subito a costruirlo

Credevo di prendere 500 voti, alla fine saranno più di 900. Quasi 1.000 voti al debutto, senza appoggi politici, senza appoggi nei media, senza amichette o amichetti. Quasi 1.000 voti tutti nostri, delle persone che hanno creduto nel progetto. Non dico solo grazie, ma aggiungo: possiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo fatto tutti insieme.

Io mi fido molto delle mie sensazioni e credo che questi quasi 1.000 voti siano soprattutto per il futuro. Cioè credo che oltre alla bellezza oggettiva della campagna e l’entusiasmo e le bici e tutto il resto ci sia il fatto che in tanti abbiamo in mente una certa città e abbiamo voglia di costruirla rapidamente. Abbiamo fretta di quella Milano del futuro e le idee chiarissime su come realizzarla.

Detto questo: sono quasi 1.000 voti che non basteranno per entrare in Consiglio perché la lista Sinistra X Milano non è andata bene, così come in generale non è andata bene la coalizione di centrosinistra; sarà un ballottaggio difficile e alcuni municipi (le vecchie zone) sono già persi, quindi anche nella migliore delle ipotesi avremo una città difficile da governare. Insomma, ecco – quei momenti nei quali ti senti proprio in balìa di tristezza e felicità, entusiasmo e grande preoccupazione.

Adesso ci prendiamo qualche ora per tirare il fiato, poi cercheremo di fare in modo che quei quasi 1.000 voti possano germogliare e crescere, servire davvero per iniziare a costruire la Milano che vogliamo. Come dimostrato dalla storia della mia candidatura: ce la possiamo fare.

Di quando hai imparato che dire grazie non è poi così male

Grazie
Grazie

Per me è sempre molto difficile chiedere aiuto a qualcuno o, per usare un’espressione meno drammatica, chiedere una mano a qualcuno. Di conseguenza è sempre molto difficile anche dire grazie.

Credo non sia per caso. Se tendo a voler fare tutto da solo è perché sono sempre stato abituato così. Se la solitudine non mi spaventa, anzi spesso la cerco, è perché è sempre stata una buona compagna di viaggio. Che poi, lo so, detta così sembra una cosa triste, ma per me non lo è.

Sono abituato così perché sono cresciuto così. Mia mamma lavorava sempre tanto e fino a tardi, mio papà era sempre in viaggio: da quando me ne ricordo io tornavo a casa da scuola, mi preparavo da mangiare, facevo i compiti, uscivo a giocare sempre più o meno da solo. A casa non c’era nessuno che mi aspettava, meno che meno qualcuno che mi accompagnava poi da qualche parte. Tipo che a 10 anni ero già un grande esperto di uova al tegamino.

Durante l’adolescenza, figuriamoci, questa modalità è diventata una forma perfetta di ribellione sociale: parlavo pochissimo e grugnivo moltissimo.

Poi appena maggiorenne varie vicissitudini familiari mi hanno costretto a cercarmi subito un lavoro (anche due o tre): sono stati anni piuttosto duri e posso dire che se ho imparato a cavarmela lo devo molto a tutte quelle uova cucinate da solo. Poi è chiaro: più ti abitui a fare da solo più ti piace l’idea di avercela fatta da solo (o quasi solo perché poi qualcuno da ringraziare c’è sempre).

Fino a quando non decidi di candidarti per il Consiglio comunale della tua città e di fare una campagna elettorale, perché da quel momento in poi cambia tutto. Da quel giorno attorno a te iniziano a esserci un sacco di persone che fanno questo e fanno quello. Un sacco di persone che si mettono a sognare insieme a te il progetto di una città più grande e più bella. Un sogno che però forse queste persone, come te, hanno già iniziato a realizzare. Un sacco di persone che ti portano le loro esperienze, ti scattano fotografie, scrivono per te, disegnano volantini con il tuo nome, distribuiscono volantini con il tuo nome, si prendono molti vaffanculo per i volantini con il tuo nome. Un sacco di persone che organizzano eventi per farti conoscere e workshop per farti raccontare le tue idee e ti ospitano in questo e quell’altro spazio. Un sacco di persone che si prendono cura della tua agenda e gonfiano i palloncini con la tua faccia. E telefonano e fanno altre fotografie e condividono post e si svegliano prima del solito o vanno a letto molto più tardi. Montano e smontano rastrelliere. Riempiono fogli, proiettano diapositive, fanno altri disegni che sono dei racconti. Un sacco di persone che te ne presentano altre e poi ti fanno dei video e non ti dicono che fai proprio pena ma che forse si potrebbe girare un’altra scena, che va già bene ma si potrebbe fare di meglio. E se alla fine si riesce a fare di meglio è soprattutto per merito loro. Persone che prendono i loro contatti e gli scrivono per parlare di te e fanno gruppi su Whatsapp per raccontare chi sei. Ti invitano a pranzo e ti prestano le loro biciclette. Un sacco di persone che cercano di indicarti la strada giusta, ma tu sei un testone e quindi prendi spesso quella sbagliata, ma nonostante questo non ti mandano al diavolo e ricominciano a distribuire i volantini con la tua faccia, a scrivere post e a cercare idee ed elettori. Alla fine ne viene fuori una campagna elettorale bellissima e un racconto di una città da favola nella quale sempre più persone si riconoscono. E tu che sei al centro di questa cosa ti devi arrendere all’idea che no, questa volta non hai fatto tutto da solo e che sì, è senz’altro per questo che è stato tutto così speciale. E così per una volta anche dire GRAZIE non è male e anzi ti fa sentire bene.

Quindi insomma: grazie per questo mese speciale e per avermi insegnato che quando qualcuno fa qualcosa per te non necessariamente tu ne esci più debole o vulnerabile, ma anzi sei più forte e consapevole.

Grazie AleAnnaMartinoCostantinoDavideMariElisaEvitaGabrieleGiovanniCanioJonathanKatiMassimoLucaMafeChiaraMaraMarinaMassimoPinaMatteoMaurizioPaolaLucaTeoYulyaDarioCarloIvanGianlucaMarcoLucaPaoloChristianGianlucaLudovicoSimoneMonicaRobertoMemiTommasoFilippoMariMatteoCamillaDanieleGianlucaNoemiSara.

E poi grazie ad Alessio perché lo sappiamo tutti perché ma lo so soprattutto io perché (e sono già due ore che non ricevo un messaggio e inizio a preoccuparmi) e a Quell’Altro che mi ha accudito, ha steso (male, malissimo, va detto) i miei calzini a righe, lavato le mie magliette e soprattutto mi ha sopportato.

La bicicletta è politica? Sì, lo è. Andiamo a votare

Andiamo a votare, pedaleremo insieme

La bicicletta è politica? Sì, lo è. Aveva ragione Paolo quando lo sosteneva nel 2012 e ha ragione quando ce lo ricorda ancora oggi. È politica perché è il mezzo migliore per cambiare le città, per restituire le strade alle persone, per uscire definitivamente dal secolo dell’occupazione degli spazi urbani da parte dell’automobile, per vivere meglio.

Ci sono alcune centinaia di candidati per il prossimo Consiglio comunale di Milano, per cui si vota questa domenica. Molti nei loro programmi citano le piste ciclabili, sono favorevoli al bike sharing, hanno a cuore l’ambiente. Ma poi? La bici, davvero, non la conoscono, e quante volte ce lo hanno dimostrato. Io, invece, la conosco bene. E non solo per i trofei che prendo su Strava, che dicono solo che in bici ci vado sul serio, oppure perché non possiedo più un’auto da tempo ma, soprattutto, perché a me la bicicletta interessa davvero. E mi interessano i mondi simili a quello della bici, pattini e skate in primis, perché vedo il progetto di città che attorno a questi mezzi di trasporto e svago si può costruire, vedo il futuro (che è il presente, in tante metropoli).

C’è una distanza siderale tra il mondo che gira attorno alla bici e l’interesse per la bicicletta da parte delle istituzioni e questo spiega perché siamo così avanti sul fronte delle attività e delle iniziative (di singoli, di associazioni, di gruppi, di attività commerciali) e così indietro su quello della reale diffusione del mezzo: perché a nessuno importa davvero, perché nessuno la capisce davvero. E se vale per la bici, figuriamoci per i pattini e gli skateboard che quasi tutti pensano adatti solo per i parchi.

È la stessa storia che ha lasciato Milano, regina del ciclismo urbano in Italia e in Europa, praticamente al palo nello sviluppo della mobilità ciclabile. Qui si svolgono eventi di rilevanza mondiale (penso al Bicycle Film Festival e alla Red Hook) e ci sono mille iniziative di ogni genere tutte le settimane (dalle pedalate per le famiglie nei parchi alle gare clandestine di notte, passando per tutto quello che c’è in mezzo) e tante, tantissime persone lavorano e vivono con la bicicletta, eppure gli spostamenti in bici in città sono ancora il misero 7% del totale.

Ecco, adesso tra centinaia di candidati al Consiglio comunale che continuerebbero a parlare della bicicletta poco e male, e a fare ancora meno, continuando quindi a costruire una città poco pedalabile, avete la possibilità di sceglierne uno a cui invece della bicicletta importa veramente.

Chiedo il sostegno vostro e dei vostri amici per il voto di domenica 5 giugno. Scheda azzurra, barrate il simbolo arancione di SinistraxMilano e scrivete “Marco Mazzei”. Pedaleremo insieme.