Brokeback Mountain: si piange

Ne parlano davvero tutti, è quasi imbarazzante citarli. Comunque: Brokeback Mountain, visto. Bello, si piange, in molti piangono (uomini e donne). Io non ho pianto perché mi capita di rado al cinema, ma avrei potuto. Loro due sono bellissimi e bravissimi (forse uno, il moro, non è proprio credibilissimo come mandriano, troppo raffinato e gentile, però sono proprio solo dettagli), la fotografia perfetta per narrare una lunga e struggente storia d’amore, l’America della provincia, la profonda provincia americana è come ce l’aspettiamo, ma anche peggio. Ventanni, dai sessanta della liberazione sessuale agli ottanta dei consumi e nulla cambia, ma tant’è: questo film è proibito nello Utah.
Una lunga storia d’amore, e non è vero che gay o non-gay non importa. Importa eccome: ci mancherebbe solo che qualcuno ci volesse portare via una storia nostra. Noi siamo quelli dei pride, dei travestimenti, delle carnevalate in piazza, del sesso facile, delle dark room, noi siamo quelli velati con i colletti bianchi, un po’ sculettanti negli show room della moda: siamo tante cose, vicine e lontane. Io mi sento vicino a tutti questi noi, e anche questa storia di due cowboy innamorati la sento un po’ mia.

Marco Mazzei
Biciclette, Milano, viaggi e stelle.

2 Comments

  1. Non potrei essere più d’accordo. Nel fiume di recensioni che ho letto non si fa che sottolineare che “è storia d’amore come tante”. In realtà io, da etero, leggo fra le righe una finta political
    correctness (modello “che c’è di strano? Una storia gay sul grande schermo è qualcosa di cui noi progressisti non ci stupiamo più”. ) che tenta di mascherare l’urgenza di cancellare, ignorare, passare oltre, in nome dell’amore che è universale.
    Comunque, lo dico da competitor, Gyllenhaal è un gran figo.

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