Contenuti giornalistici vs. contenuti

Una delle discussioni più in voga nel mondo editoriale dopo l’avvento di Internet è sulla differenza tra contenuti e contenuti giornalistici. Una discussione sensata come quella che cerca di scovare le differenze tra giornalisti e blogger. Una discussione spesso viziata da approcci ideologici e intermezzi sindacali. I giornalisti si illudono di essere gli unici paladini della qualità dell’informazione, con la missione di fronteggiare gli editori che vorrebbero riempire le redazioni di ragazzini che smanettano su Internet e che producono materiale non giornalistico. Editori fiancheggiati in questa fase dagli internettiani, che sognano un mondo fatto di user generated content e di commistione con la pubblicità.
Tutte cazzate.
La verità è che oggi Internet è una scusa, una scusa per non farsi l’unica domanda che conta: dove sono i contenuti di qualità? I giornalisti dovrebbero rispondere: quando è stato pubblicato l’ultimo articolo nel quale si criticava una sfilata? Qualcuno si ricorda per caso un contenuto (giornalistico) di questo genere: questa sfilata di Pinco&Pallino è stata una cagata pazzesca?

Marco Mazzei
Biciclette, Milano, viaggi e stelle.

16 Comments

  1. credo che la questione dei contenuti dipenda anche, ma non solo, dalla quantità e dalla qualità delle competenza di chi li produce.

    mi spiego meglio: io ho spesso l’impressione che la qualità dei contenuti dei media “tradizionali&mainstream” (sigh, l’ho detto) sia scadente -soprattutto in alcuni ambiti- perchè a scrivere articoli e report vengono messe le persone sbagliate.

    mentre sulla Rete, o si leggono semplici opinioni personali, oppure si trovano esperti e appassionati di questo o quell’argomento, infinitamente più preparati di chi scrive sulla carta stampata o conduce i TG.

    l’esempio della sfilata è abbastanza chiaro: non sapendone niente di moda mi devo sorbire lo sproloquio del gionalista di turno, che potrebbe dirmi tutto e niente. MAI sentita effettivamente una critica, il che mi mette la pulce nell’orecchio: che forse mandino allo sbaraglio gente che di moda non ne sà niente?

    discorso allargabile e spinoso…

  2. D’accordo sul fatto che la barriera contenuti vs. contenuti giornalistici sia, molto spesso, un alibi per giustificare privilegi acquisiti. D’accordo anche sulla stampa solitamente prona e omogenea, purtroppo non solo per quanto riguarda le sfilate (raramente si sente parlare di un film “brutto” o di una fiction Rai sbagliata, ad esempio). D’altro canto, pur essendoci in Rete appassionati ed esperti che non hanno paura di esprimere pareri motivati e freschi, noto ancora un’approssimazione irritante. Pezzi senza data, imprecisi, zeppi di refusi, privi delle più elementari regole di ortografia e sintassi. Correttezza formale e famoso “controllo delle fonti” sono necessari anche per i non-professionisti dell’informazione, soprattutto perché ci stiamo muovendo in una direzione in cui questa distinzione non avrà più ragione di esistere.

  3. hai perfettamente ragione. (molti dei) giornalisti italiani si trincerano dietro la loro lobby, ma non si rendono conto che l’Ordine e palle varie sono concetti ormai di 2 secoli fa. i giornalisti di cui parlo sono penosi.

  4. Bli, ti posso dire che vorrei vedere meno correttezza formale e piu’ contenuti interessanti? Un’inchiesta con qualche errore di ortografia. Un bel pezzo con il sommario disallineato. Esagero, ma neanche troppo.

  5. “Il nemico non sono i giornalisti, come categoria; il nemico è la pubblicità spacciata come articolo, la comunicazione mischiata all’informazione, la mancanza di idee e di coraggio nell’inventarsi prodotti editoriali nuovi” – 24.05.2000 – http://www.mcreporter.info/stampa/mazzei.htm

  6. Blimunda: “Pezzi senza data, imprecisi, zeppi di refusi, privi delle più elementari regole di ortografia e sintassi.” Stai parlando di repubblica.it e Corriere.it, o di Ansa? ;-)

    Concordo con il decadimento dell’informazione ufficiale, anche se in Italia un organo preposto dovrebbe vigilare sulla loro qualità marcando di netto una differenza con il lavoro amatoriale.

    Poiché però questo non avviene, non ha alcun senso distinguere “contenuti giornalistici e non giornalistici”.

  7. Aranel, ti confermo riga per riga quello che ho scritto nel 2000. Ti confermo che nel 2000 mi sentivo di difendere i giornalisti. Adesso che sono passati sette anni non me la sento piu’ e anzi credo che i giornalisti abbiano molte colpe, non tutte, ma molte. Perche’ in questi 7 anni sono rimasti al palo, hanno fatto poco o nulla per capire il mondo che cambiava e il loro mestiere che cambiava ancora di piu’.

  8. Penso che sul “decadimento dell’informazione ufficiale” siamo tutti d’accordo, io (vedi sopra) sono d’accordo anche con Marco che nel 2000 identificava il nemico soprattutto nella “mancanza di idee e di coraggio”. Ma siccome sono un’illusa affezionata alla quadratura del cerchio, spero ancora in un giornalista *.0 che non resta al palo. Marco, ne riparliamo tra 7 anni ? ;-)

  9. marco: capisco, e la mia era una provocazione. Come fa notare Pippa, anche i cosiddetti organi ufficiali non sono alieni da imprecisioni, anzi. Ma siccome penso che da parte dei giornalisti tradizionali ci sia ancora una forte reticenza a prendere sul serio l’online, una maggiore correttezza formale potrebbe aiutare.
    Per tutto il resto, d’accordo: ho passato anni nella prestigiosa carta osservando tempi e modi di lavoro che definire scollegati dalla realtà circostante è dire niente.

  10. continuo a pensare che la figura di colui-che-è-pagato-da-lettore-per-leggere-e-per-scrivere-per-suo-conto debba per forza coincidere con delle figure professionali, giornalistiche o ibride che siano. continuo anche a pensare che l’importanza di questa figura sia direttamente proporzionale all’aumento delle fonti informative e comunicative liberamente accessibili senza alcuna mediazione.

    però attenzione: sono però anche straconvinto che nell’editoria tradizionale NON si stia verificando quello che gli espertoni chiamano fisiologico processo di re-mediazione, durante il quale – ogni volta che arriva un nuovo medium – il medium precedente costringe se stesso a ripensare alla sua dimensione e, di solito, qualitativamente migliora. pensiamo alla radio, data per morta con l’arrivo della tv e invece capace di reinventarsi e – è la mia modesta opinione – perfino surclassare il suo presunto killer.

    il giornalista tradizionale è in grado di assecondare questo processo di crescita? sia il benvenuto.
    non è in grado, per mille e mille ragioni anche a lui estranee, di assecondare questo processo di crescita – che è individuale prima ancora che collettivo? bene, si faccia da parte e si metta in scia di professionisti più adatti a traghettare la categoria (di coloro-i quali-sono-pagati-dal-lettore-per-leggere-e-per-scrivere-per-suo-conto) verso il futuro della professione.

    in quanto ai refusi, credo che continui a valere la regola della tollerenza descrescente via via che la periodicità si dilata nel tempo. secondo questa – certamente criticabile – teoria, l’immediatezza di internet e la sua collocazione sul gradino della massima tempestività, comporta che tutti, dalle agenzie ai quotidiani e salendo fino al culmine della scala dei periodici, diventino più accorti e puntigliosi nella cura del pezzo, dalla verifica delle fonti al refuso.

  11. Si beh sono almeno 10 anni che Internet è mainstream. Quanto tempo gli serve ancora per “reinventarsi”? Sveglia!

    E poi basta con questa corporazioni medievali. Ci sono blogger bravissimi, molto più bravi di gente iscritta all’albo, ma dato che non sono pagati non hanno accesso allo status professionale. Non è giusto e non ha senso.

  12. mainstream per tutti tranne per chi, fin dai tempi di mosaic 0.9 avrebbe dovuto accorgersi che stava nascendo un nuovo medium

    su “corporativismo e blogger” valgono gli stessi ragionamenti che da sempre valgono su “corporativismo e giornalisti precari”

  13. Se un giornalista non “è in grado di assecondare questo processo di crescita” (che è individuale prima ancora che collettivo, sono d’accordo con thebiker, chi si lagna perché mancano i corsi di aggiornamento dovrebbe vergognarsi) non sta facendo il suo lavoro. Punto. I buffoni iscritti all’albo c’erano prima di Internet, ci sono ora e forse ci saranno anche dopo, purtroppo: ma penso che (proprio grazie a Internet) verranno man mano smascherati e spazzati via dai lettori che hanno uno strumento in più per verificare la competenza di colui-che-forse-sceglieranno-di-continuare-a-pagare-per-leggere-e-per-scrivere-per-conto-loro. Ma ho paura che se pensiamo che si tratti solo di una questione di “categoria”, finiremo col buttare il bambino (deontologia, autocontrollo, tutela dell’autonomia ecc) con l’acqua sporca (corporativismo, cialtroneria, arretratezza ecc). A vantaggio della qualità dell’informazione? Ho i miei dubbi.

  14. Onestamente, non vedo grandi esempi di “deontologia, autocontrollo, tutela dell’autonomia ecc”. A me pare che l’ordine intervenga poco e male e spesso e volentieri remi contro. Suvvia a libertà di stampa siamo ai livelli del Botswana.

    E non ditemi che l’esame serve a verificare le capacità di un giornalista che mi viene da ridere.

  15. Onestamente, non credo che sia l’esistenza dell’Ordine o dell’Albo a tenerci ai livelli del Botswana. E visto che l’organismo di controllo non funziona, vediamo di cambiarlo. Spesso penso che anche i sindacati (non solo quello dei giornalisti) intervengano poco e male, ma non per questo credo che si starebbe meglio senza, con la libera volpe nel libero pollaio. Cambiare, non buttare. Esame demenziale compreso. Impossibile?

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