In via Padova l’unica cosa che non serve è la pista ciclabile

Oggi ho passato un paio d’ore su e giù per via Padova in bicicletta. Era una di quelle giornate (non così rare ultimamente) che da via Palestro guardi verso nord e vedi porta Venezia e poi tutto corso Buenos Aires e ti sembra di vedere anche viale Monza e Monza e poi vedi le montagne e hai la sensazione che se non ci fossero, quelle cazzo di Alpi e la Svizzera, potresti quasi vedere il polo Nord. E poi da piazzale Loreto guardi via Padova ed è lo stesso, la vedi profonda e luminosa e che cos’altro puoi fare se non buttartici dentro?

Era da un po’ che ci volevo andare, sono strade che una volta conoscevo bene e che poi per molti anni ho sempre solo sfiorato. Ne ho letto in questi mesi e ultimamente, in molti la considerano la zona da tenere maggiormente sotto controllo per capire se e come Milano potrà diventare una metropoli multietnica. Non è che in due ore si possa capire molto, ma io sono stato bene. Non ho avuto quella sensazione di disagio che si prova in un ambiente ostile, ho fatto e ricevuto molti sorrisi. Mi sembra ci siano tanti giovani, da tutte le parti del mondo, tante giovani famiglie, e forse anche qualche vecchio milanese.

Ci tornerò presto, ecco magari non in bicicletta: lo stile di guida è un misto tra quello indonesiano, quello vietnamita e quello sudamericano e per tre volte hanno cercato di abbattermi, due delle quali sulla pista ciclabile.

Marco Mazzei
Biciclette, Milano, viaggi e stelle.

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