Quel bip-bip-bip e un farmaco speciale

Il mio percorso di avvicinamento a un esame in ospedale è sempre più o meno lo stesso. Grande agitazione nei giorni precedenti, soprattutto all’idea di entrare in quel genere di struttura e con tutti i ricordi brutti che sono legati a molti ospedali di Milano, senso di paralisi nell’imminenza dell’evento.
Poi, entrando e incrociando altra gente, quel sentirsi improvvisamente coinvolto nelle storie di tutti; cercare di interpretare gli sguardi e di leggere negli occhi di chi mi passa affianco: perché sarà qui, avrà avuto una buona notizia, chi è venuto a trovare? L’area del ritiro referti è per me uno dei luoghi più crudeli e difficili che esistano al mondo. L’idea che il destino di una persona passi per quel momento, il ritiro del numero, l’attesa, lo sguardo di chi te lo sta consegnando, l’apertura della busta. Sempre pensato che bisognerebbe trovare un modo più umano, più caldo di gestire quel momento, nessuno dovrebbe essere lasciato da solo davanti a quella busta.

Così, più o meno quasi sempre così, con questo fardello di sensazioni arrivo al momento del mio esame (oggi era la colonscopia numero 5). E a quel punto passa un po’ tutto. Entro in questa modalità paziente, mi metto completamente nelle mani del medico, degli infermieri: sono lì tutti per me, io devo solo ringraziarli. Poi si vede che, incredibilmente, ispiro simpatia perché ogni volta c’è sempre un motivo per ridere; l’assistente di questa mattina, sicilianissimo, mi guarda e mi fa: “e tu con quella faccia lì saresti milanese? tu sei più terrone di me”.

La fase burlona termina quando si attaccano le macchine. Quei bip-bip-bip per me sono un incubo. Solita scena: 47-48-47-48 “ma hai sempre la frequenza cardiaca così bassa?” – e io che, godendo, rispondo: “sì, faccio sport, corro”. “Ah ok, però è davvero molto bassa, oppure si vede che sei anche molto rilassato, strano”.
Ovviamente a quel punto il bip-bip-bip aumenta: 49-50-52-55-58. Anche quando sono stato operato era successa la stessa cosa. Anni di ER lasciano il segno e in un attimo scatta il panico.

Ma dico io, lasciatemi stare, sono così tranquillo, perché mi dovete far pensare che sono troppo tranquillo? Alla fine il ragazzo ha spento il bip-bip-bip (solo il suono, non tutta la macchina) e pare che tutto sia tornato sui valori precedenti, la prossima volta mi porterò i tappi per le orecchie.

Arriva la dottoressa, mi propone un nuovo farmaco antidolorifico+tranquillante, e proviamolo. L’esame stavolta procede liscio come l’olio, devo dire quasi non mi sono accorto di quello che stava succedendo; il mio intestino è molto bello, abbiamo anche commentato un paio di anse particolarmente interessanti. Tutto bene, la prossima addirittura tra tre anni.

Ma il momento più bello è arrivato dopo, perché il nuovo farmaco è davvero speciale: quando sono poi riuscito ad alzarmi dalla poltrona dove mi avevano piazzato e mi sono liberato dall’infermiere che si è offerto di riportami a casa (lui finiva il turno e io avevo mentito dicendo che ero arrivato in taxi), mi sono accorto che ero leggero come una piuma e tutto era bellissimo e fuori c’era il sole e non sarà mica che sta già arrivando la primavera? OK, ho cercato di mandare un sms e non ho azzeccato nemmeno una lettera, ma vuoi mettere con quel senso di assoluta pace misto a una crescente euforia? Non vi dirò il nome del farmaco, ovviamente ;-)

Marco Mazzei
Biciclette, Milano, viaggi e stelle.

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