Il sorriso è un passaporto

Vivo qui da un po’ ormai. È la zona dove volevo stare, è il mondo che mi aspettavo di trovare. Nel mio palazzo sono praticamente l’unico italiano, è un contesto multietnico e senza etnie dominanti: cinesi, indiani, turchi, sudamericani, nordafricani. La custode, Estella, è dolce e materna con me. Mi ha invitato a cena da lei consigliandomi di non mangiare nulla a pranzo. In cortile, quando non fa freddo, ci sono un sacco di ragazzini che giocano. E ci sono i panni stesi e biciclette e anche macchine. Sono voluto venire qui anche per questa ragione: stare in mezzo ad altra gente. Viverla davvero la città come mi piacerebbe fosse in tutte le zone.
Loro, gli stranieri, in generale stanno sulla difensiva. Mi guardano, penseranno come mai uno della mia età sia venuto a stare qui (di italiani giovani in zona ce ne sono tanti), non dicono quasi mai nulla. Però un sorriso, ecco quello cambia tutto. Mi sto abituando a sorridere molto, è un passaporto che funziona sempre. E mi sembra un gesto che porta con sé affetto e rispetto, soprattutto. Magari qui, con loro, imparerò anche ad essere un po’ meno orso, chissà.

Marco Mazzei
Biciclette, Milano, viaggi e stelle.

7 Comments

  1. Io sono stato uno che ha creduto parecchio nel sorriso. Andavo in giro dicendo "Buongiorno" agli sconosciuti che incrociavo per strada, per dire.
    Dovrei demilanesizzarmi.

  2. Ma sei andato a stare in zona via Padova da piazza Risorgimento??!! Scelta inconsueta, to say the least ;-)

  3. Mi sorprendo un po' a volte, in questa voglia di tutti i milanesi che conosco di voler cercare un contatto con il territorio. Da bravo ex-studente di scienze politiche, con una forte influenza socio-antropologica, mi chiedo come mai in molti luoghi ci si senta così distaccati dal territorio. Mi chiedo anche come mai bisogna avvicinarsi agli ultimi venuti, agli """"esclusi""", per sentirsi inclusi nel territorio. Sarà il solito ragionamento che la semplicità e la povertà creano solidarietà, mentre il benessere isola. Forse è per questo che trovo la perfezione così noiosa, l'ordine di certe città insopportabile, il rispetto totale delle regole come un annullamento dell'umanità.

    1. Mi chiedo anche come mai bisogna avvicinarsi agli ultimi venuti, agli """"esclusi""", per sentirsi inclusi nel territorio.

      A occhio e croce, è per la stessa ragione per cui – all'opposto – ci si veste di marca o (per dirla all'americana) si inseguono i personaggi più "cool" e "popolari" del posto dove si vive, direi.

  4. E' quello che volevo dire, ma avendo studiato relazioni internazionali e DIPLOMATICHE sono diplomaticamente un paraculo!

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