La campagna elettorale, un viaggio e il grande niente

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Dopo tanti giorni pieni di parole, le pedalate a 2000 metri piene di silenzi.

Sono settimane che cerco di scrivere qualcosa di decente sulla campagna elettorale, su come l’ho alla fine vissuta, sulle mie impressioni e su come sono stato dopo e su come sto ora e sul “e adesso?”. Sono settimane che inizio un post e poi lo lascio lì, che appeno lo rileggo mi chiedo non mi capacito di quanto sia brutto.

Sono settimane e le settimane passano e forse ha sempre meno senso raccontare che cosa ho pensato, però quel “quindi adesso?” invece merita ancora una risposta. E chissà che questa sia la volta buona, il post buono. Se non proprio bello, almeno buono.

La campagna per filo e per segno è già stata raccontata e riassunta perfettamente da Alessio, non aggiungo altro:

DALLA PROMESSA AL PROTOTIPO. LA CAMPAGNA MARCO MAZZEI X MILANO. 1000 VOTI X LA FELICITÀ URBANA.

Dunque, come sto? Io sto bene. Quei due mesi (la decisione, pronti via, le elezioni) sono stati così pieni che mi ci è voluto poi un sacco di tempo per diluire i pensieri e le sensazioni e ripensare a tante cose che sono successe e cercare di capirle meglio. Io sto bene e sono molto contento di aver deciso di candidarmi, sono molto contento di aver fatto quella campagna elettorale, sono strafelice e molto grato per le persone che sono state con me e forse anche di più, sono orgoglio di aver accettato una sfida e di averla vinta – perché quando ci metti la faccia in quel modo, senza rete e senza protezioni, puoi rischiare una gran brutta figura.

Sono contento anche perché ho capito che la politica è ancora molto migliore dell’antipolitica: la politica è quella cosa che consente a un cittadino qualsiasi di scrivere un progetto per la comunità dove vive, di raccontarlo, di raccogliere consenso e sostegno. La politica è quella cosa che può portare quel cittadino lì a fare il consigliere comunale o l’assessore: senza amicizie – ma con tanti amici veri, senza appoggi, senza protezioni, senza sponsor. L’antipolitica invece è quella cosa che per dimostrare che i politici sono tutti uguali continua a far eleggere sempre gli stessi, almeno poi può dire che fanno schifo. Una delle ragioni per le quali io oggi non sono assessore o consigliere – oltre naturalmente a quella principale: non sono stato così bravo da raccogliere abbastanza voti – è che molti di quelli che avrebbero potuto votarmi alla fine hanno preferito l’antipolitica alla politica. E con quell’antipolitica lì succede, per esempio, che oggi nessuno si interessi davvero di bici nei Palazzi del potere milanese. Quindi insomma: viva la politica, speriamo ci siano sempre più spesso persone qualsiasi con un bel progetto che decidono di provarci; io ho imparato la lezione e le sosterrò con entusiasmo.

Due mesi pieni zeppi di cose, mai un momento per fermarsi a pensare, e il lavoro e quella telefonata e 2000 email da leggere. Poi si vota, poi è tutto finito però c’è ancora l’adrenalina, sei ancora dentro un meccanismo che ti fa sentire eletto anche se non lo sei, ci manca solo che ti presenti al primo Consiglio Comunale, però è un po’ come se. È tutto finito ma ti senti ancora in corsa e ci vuole qualche giorno, passano uno o due settimane, per iniziare a rallentare. Ci vogliono alcune giornate in bici, pedalare tra le nuvole, le montagne. Ci vuole il Bernina e sentire i tuoi battiti e tutto inizia ad allontanarsi. Dopo settimane strapiene di parole quelle pedalate a 2000 metri sono piene di silenzi.

Sono felice di non vedere più la mia faccia dappertutto però vedo e sento ancora alcune ombre: persone che a causa mia, della campagna, hanno litigato o si sono allontanate. Poi forse le ragioni sono più complesse e le colpe in questi casi non sono mai appunto colpe, ma incomprensioni e cose che succedono. Però durante quelle pedalate estive di silenzio e pochi o nessun pensiero, ecco io ci ho pensato. È una di quelle cose che non mi sarei aspettato, e che invece ora so bisogna mettere in conto: quando ti candidi le persone ti vedono in modo diverso e attorno a te si creano inevitabilmente schieramenti, correnti, discussioni. Tu devi essere così bravo da fare in modo che non si creino barriere o si scavino fossati, ma magari te ne rendi conto molte settimane dopo, quando ormai è troppo tardi, quando attorno a te ci sono solo le alpi lombarde. E ti dispiace un sacco.

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White Sands National Monument, New Mexico.

Giugno, e poi luglio. I giri in bici e le prime domande: “e adesso?”. Che fare? Come dare a quei 1.000 voti il valore che meritano? Come farli pesare nelle decisioni che contano stando fuori dalle stanze dove si prendono le decisioni?

Non ho trovato risposte prima di partire e poi sono partito. Il sud ovest degli Stati Uniti è quel posto del mondo dove penso che un dio forse ci deve essere e probabilmente quel dio si chiama Gaia ed è questo pianeta che è vivo e cambia, cresce. È quel posto dove gli oceani sono andati e tornati più volte nel corso degli anni, di milioni di anni. Dove il tempo e lo spazio prendono significati che nel quotidiano di molti di noi sono sconosciuti. Sono stati giorni pieni di niente. Tanti chilometri, tante ore in mezzo al niente – che era così profondo e largo e lungo, un niente così totalizzante che si è preso qualsiasi cosa, ogni pensiero. Un viaggio che mi ha portato via come poche altre volte mi era capitato. Dai canyon dell’Arizona e dello Utah ai deserti bianchissimi di gesso del New Mexico fino alle palme della California: la primavera del 2016 non solo era lontana, quasi non era mai esistita.

E da quando sono rientrato da quel viaggio ancora non ci ho capito molto. Non sono ancora riuscito a trovare un equilibrio tra la, solita, voglia di fare cose, organizzare, sperimentare e quella di riempire quel grande niente con altro. Leggere, scrivere, stare per i fatti miei, guardare. Studiare, forse. Imparare cose nuove. Che magari vuole dire starci dentro, a quel grande niente.

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Huntington Beach, California.

Poi mi capita di incontrare sconosciuti che mi salutano con affetto e mi dicono che mi hanno votato, ascoltare il racconto di chi ha spostato la propria residenza a Milano solo per potermi votare, ricevere email con questo o quel tema da affrontare. E rimetto in fila quei mille voti e tutte le persone che hanno contribuito a raccoglierli: oggi ho sfogliato l’album fotografico della campagna e ho ripensato all’energia e all’allegria di allora.

Sto provando a riempire quel grande niente con le nostre facce di quei giorni, questa è la risposta alla domanda “e quindi?”. Perché a dire proprio tutta la verità io non so esattamente che cosa fare per dare continuità e valore alle nostre idee della scorsa primavera: non sono il tipo che batte i pugni sul tavolo – o a qualche porta, e non sono nemmeno capace di lavorare settimane o mesi su una cosa se non vedo che, almeno un po’, si muove.

E quindi la sfida: fare politica senza impantanarsi da qualche parte, senza perdere tempo.

Marco Mazzei
Biciclette, Milano, viaggi e stelle.

1 Comment

  1. Ti capisco e sono d’accordo con te meglio far politica che antipolitica. Per quello che posso ti seguo.

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