« Luglio 2003 | Home | Settembre 2003 »

29.08.03

Adozioni

Adopt-a-highwayHo ritirato le diapo del viaggio. Molto belle quelle di San Francisco, discrete quelle del Big Sur, un po' deludenti le altre; l'orso che s. aveva avvistato al Sequoia sembra essere sparito dalla fotografia, così come un altro animale non meglio identificato visto al Grand Canyon. E' inoltre oramai assodato che non sono capace di fotografare uccelli in volo: è strano come a volte mentre si scatta una fotografia si abbia memorizzato un'immagine, che poi dopo non si trova o non si trova più nella stampa. Mentre guardavo le foto di New York pensavo: "ma che cosa accidenti avrò voluto fermare in questo scatto?".
In compenso le foto alle strade per la mia collezione (una parete intera) sono tutte discrete e in particolare quelle lungo la costa; mi manca il cartello "adopt-a-highway" e allora lo piazzo sul blog, che è pur sempre una parete. Nessuno vuole adottare, che ne so, viale Forlanini?

L'ha scritto Marco alle 19:12 | Commenti: 0 | Trackback

28.08.03

Un giorno triste

E' da oggi in vigore, proprio da oggi, è legge dello Stato, l'orrendo decreto di attuazione della direttiva europea 2000/78/CE, quella che avrebbe dovuto estendere tutele e diritti contro le discriminazioni sul luogo di lavoro e che invece mette nero su bianco la possibilità di discriminare per davvero. A norma di legge, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 187 del 13-8-2003 (per quando il link non sarà più raggiungibile: c'è una copia del decreto sul sito della Cgil).

L'ha scritto Marco alle 19:13 | Commenti: 0 | Trackback

Caricature di città

Un bell'articolo di Marco D'Eramo su Il Manifesto di ieri che parla di turismo:

[...] Il Quartier Latin [a Parigi] è un buon esempio di come il turismo può uccidere. Ed è interessante la tecnica dell'assassinio: il quartiere viene trasformato per corrispondere sempre più all'immagine che per esempio un americano si fa di Parigi. Il bistrot diventa la caricatura del bistrot. E tutto il quartiere è come svuotato dall'interno, ogni manifestazione di vita locale sostituita a poco a poco dal falso cinese, dal falso greco, dalla paninoteca e dal gelataio

il manifesto - 27 Agosto 2003 - pagina 18
Da città d'arte a Disneytown
MARCO D'ERAMO
Per fatturato, indotto, occupazione (e inquinamento) il turismo è diventato la maggiore industria del mondo. Per molte città è ormai la sola fonte di reddito. Ma le città che vivono di solo turismo ne muoiono anche

La città deserta è traversata solo da frotte di turisti accaldati, assorti nel loro stremante dovere. Le serrande sono chiuse. I senza tetto occupano le strade dormendovi anche di giorno. Aleggia un senso di abbandono, come se un pifferaio di Hamelin avesse portato con sé tutti i residenti. Così ci si mostra infine la città turistica nella sua estrema verità: un guscio vuoto, un fondale di teatro. Come la pubblicità, il turismo ci è tanto familiare da divenire impensato, da non porci più domande. Pochi sanno che il turismo è ormai la più importante industria di questo nuovo secolo. Secondo l'Organizzazione del commercio mondiale (Wto), nel 2002 gli introiti del solo turismo internazionale ammontavano per tutto il mondo a 714 miliardi di euro. E il turismo internazionale è ovunque minoritario rispetto al turismo locale: nel 2000 a New York sono arrivati 6,8 milioni di visitatori esteri e ben 29,4 milioni di statunitensi. La Francia incassa dal turismo domestico il quadruplo rispetto al turismo estero: e la Francia è il paese più visitato al mondo dagli stranieri: nel 2002 i visitatori esteri sono stati 76,7 milioni, contro i 51,7 milioni in Spagna, 45,4 negli Usa, 39,5 in Italia, 36,8 in Cina, ma quanto a introiti esteri, sono primi gli Usa che nel 2001 avevano incassato 11,3 miliardi di euro, seguiti da Spagna - 36,7 miliardi, Francia - 33,5, Italia - 29,0, e Cina - 19,9).

Si può quindi valutare almeno a 3.000 miliardi di euro il fatturato diretto dell'industria turistica mondiale: una cifra vicina al Prodotto interno lordo (Pil) della Germania unificata! E già oggi a New York il turismo genera più ricavi e occupa più personale di Wall street e del distretto finanziario. Ma in realtà al fatturato diretto, bisogna aggiungere tutto l'a-monte e l'a-valle del turismo. C'è la quasi totalità dell'industria alberghiera e della ristorazione. L'industria aeronautica (e aeroportuale) lavora quasi esclusivamente per il turismo, come anche la cantieristica navale da crociera e da diporto. Il turismo alimenta poi una bella fetta di industria automobilistica, edilizia (residenze secondarie, alberghi, villaggi turistici) e costruzione stradale e autostradale (quindi, via, via, di cementifici, di siderurgia e industria metallurgica). Vi è poi l'industria dei souvenir, delle cartoline, delle guide turistiche e carte geografiche... Sarebbe interessante tracciare la matrice di Leontieff per il turismo.

Ecco perché oggi il turismo è la prima e più importante industria mondiale, a sua volta suddivisa in settori: turismo congressuale (quello delle conventions), turismo medico, turismo senile ... Ma nulla può rendere l'idea delle dimensioni del fenomeno quanto il semplice numero di viaggiatori stranieri: l'anno scorso i visitatori esteri sono stati 714,6 milioni, una marea umana mostruosa, un'orda di cavallette che tutto distrugge al suo passaggio, un'orda di cui a ognuno di noi tocca far parte. Perché il turismo è anche l'industria più inquinante (oggi si parla sempre più spesso di un «turismo sostenibile», altrettanto ossimorico dello «sviluppo sostenibile»). Il turismo ci mostra quanto assurda è la contrapposizione tra moderno e post-moderno, perché, in quanto «superfluo», rientra di diritto nel post-moderno, ma la sua materialità di acciaio, auto, aerei, navi, cementifici, lo situa tutto dentro la pesantezza industriale del moderno.

Il turismo è perciò la prima fonte di sussistenza per una porzione crescente dell'umanità (in Italia, con l'indotto rappresenta il 12% del Pil e, con più di due milioni di addetti, il 9,4% dell'occupazione) ed è diventato la prima fonte di ricchezza per numerose città. Per alcune, come le nostre «città d'arte», è ormai la sola fonte di reddito. Ma il turismo può uccidere una città perché la rende monofunzionale, puro tourist district. John Urry ha scritto un libro, The Tourist Gaze, sullo «sguardo turista», su come cambia il nostro modo di percepire la realtà (e quindi cambia la realtà che produciamo) se la guardiamo, come sempre più spesso accade, da turisti. Ma noi italiani lo sappiamo benissimo, lo «sguardo turista» agisce anche all'inverso, su chi di questo sguardo è oggetto, non solo su chi lo lancia: fa sì che i cittadini delle città d'arte vivano sempre sotto lo sguardo turista, vivano sempre sotto sorveglianza di uno sguardo letteralmente «fuori posto». Come andare in bagno la notte quando la casa è piena di ospiti indesiderati, scavalcando corpi sconosciuti in salotto.

Ho molto frequentato il Quartier latin di Parigi per tutti i primi anni '70 del secolo scorso: era animato, vivo, nonchalant. 30 anni dopo, è un quartiere morto, un'area disastrata dominata da squallore a buon mercato. Il Quartier Latin è un buon esempio di come il turismo può uccidere. Ed è interessante la tecnica dell'assassinio: il quartiere viene trasformato per corrispondere sempre più all'immagine che per esempio un americano si fa di Parigi. Il bistrot diventa la caricatura del bistrot. E tutto il quartiere è come svuotato dall'interno, ogni manifestazione di vita locale sostituita a poco a poco dal falso cinese, dal falso greco, dalla paninoteca e dal gelataio. Nello stesso modo, Trastevere è la caricatura del romanaccio. È un processo che avviene in tutte le città del mondo sotto i nostri occhi, senza che ce ne accorgiamo. La città di Québec è proprio come una fiaba di fate può immaginare una cupa fortezza sul fiume San Lorenzo. New Orleans corrisponde ormai all'immagine di New Orleans. Sono tornato dopo trent'anni a San Gimignano: dentro le mura non c'è più un macellaio, un verduraio, un panettiere vero; d'altronde in centro, chiusi bar, ristoranti e negozi di souvenir, non resta più a dormire nessun sangimignanese: abitano tutti nei moderni condomini fuori mura, vicino ai centri commerciali: dentro le mura, tutto è diventato un unico set cinematografico di film medievale, in costume, con tutti i prodotti di un'«invenzione della tradizione» a uso turistico.

Il modello europeo di questo processo è il castello di Neuschwanstein costruito a strapiombo su un laghetto alpino dal re Ludwig II di Baviera e finito nel 1886, tipico castello da favola, falso medievale, con pinnacoli, torrioni. Il modello americano è Disneyland, dove tutto è più vero del vero, il castello è più medievale del medioevo, l'accampamento indiano più Apache degli Apaches. Da questo punto di vista, Venezia è una Disneyland già pronta, a mono-uso turistico, con giro in gondola e cantate napoletane, e naturalmente città che muore.

Il turismo sta diventando la sola industria locale per molte città, che così diventano company towns, come Essen era la città dei Krupp, Clermont-Ferrand quella della Michelin, Torino era la città della Fiat e Detroit quella della General motors. C'è una soglia che separa una città turistica da una città che vive anche di turismo. Fino a che l'afflusso di visitatori non supera questa soglia, i turisti usufruiscono di servizi e prestazioni pensati per i residenti. Per esempio mangiano in ristoranti che cucinano per i locali. Oltre questa soglia invece, i residenti sono costretti a usufruire dei servizi pensati per i turisti. Questo è chiaro nei ristoranti. Trent'anni fa era praticamente impossibile mangiare male a Roma e Firenze. Oggi è difficilissimo mangiare bene. Perché un ristoratore dovrebbe dannarsi per cucinare con cura per un cliente che non tornerà mai più? E se anche il cuoco fosse dotato delle migliori intenzioni, assisterebbe alla richiesta di ketch-up sui funghi porcini alla griglia, di parmigiano sugli spaghetti ai frutti di mare. Oltre la soglia in cui una città diventa turistica, i residenti sono costretti a entrare in clandestinità, a comunicarsi sottovoce gli ultimi indirizzi accettabili («ma non farlo sapere ai turisti!»).

Il turismo non solo fa vivere le nostre città e i nostri centri storici, ma - diventando la loro unica fonte di reddito - la fa morire, perché le nostre città stanno diventando tutte immense Disneytown: paninoteche e boutiques di lusso, pizze a taglio e ristoranti tre stelle Michelin, isole pedonali, e poi tanti dormitori eleganti per ceti medi. Già oggi nel Nordeuropa le isole pedonali si assomigliano tutte (sono un altro dei «non luoghi» di Marc Augé) e i centri vengono trasformati in entertainement districts, dove però non si diverte nessuno.

Il turismo distrugge non solo le città ma le relazioni sociali. Era già avvenuto con la ferrovia: i saint-simonisti pensavano che i viaggi in treno avrebbero avvicinato l'umanità e, facendo conoscere l'un l'altro i vari popoli, avrebbero fatto scomparire le guerre. In realtà i binari permisero alle tradotte di trasportare truppe e munizioni. Così la relazione tra indigeno e turista è la peggiore, la più inumana mai stata instaurata. La sola dote che il turismo incoraggia nell'indigeno è l'avidità, la brama di guadagno rapido. E il turista, nella migliore delle ipotesi visita con cura non tanto un paese quanto la guida Lonely Planet o il Guide Bleu di quel paese; nella peggiore non conosce nulla né vuole conoscere nulla, comunque non è interessato agli umani ma solo all'«umanità morta» (come si parla di «lavoro morto» per il capitale), cioè monumenti e musei. L'apoteosi di questa prospettiva la visita della città in pullman con l'aria condizionata, in cui non giunge un odore, non penetra un rumore, e tutta la percezione si riduce alla vista. Il turismo disgrega le relazioni sociali tra i residenti e, per definizione, riduce ad entertainement quelle tra autoctoni e visitatori.

Qualunque attività locale viene distrutta dal turismo: basta ricordare la costa settentrionale di Creta come era negli anni `60, con la sua agricoltura, il suo allevamento, la sua pesca, la sua povertà, e come è invece oggi, un'immensa periferia di casermoni in riva al mare. Lo stesso avviene in intere zone della Toscana, dove non c'è più una cascina in cui venga esercitata un'attività agricola, coltura, bestiame, ma sono tutte diventate residenze secondarie: casolari ben tenuti, rifatti con le travi del soffitto a vista, con le mura esterne a cui è stato tolto lo stucco per mostrare la viva pietra, con l'orto rimpiazzato dal giardino. Solo che questi casali sono vuoti, morti, per undici mesi l'anno e la campagna toscana (come anche tutta la Provenza) è diventata un immenso residence, ripulito, ridipinto, restaurato, con vasetti di geranio ai davanzali, dove ormai villeggiano solo pasciuti, danarosi inglesi e tedeschi: non a caso si chiama Chiantishire.

Ma la mono-industria è sempre pericolosa per una città: la General Motors fece ricca Detroit, ma poi se ne andò e la Motown è oggi un abominio di desolazione, un deserto umano. Già oggi Venezia è una città morta: basta camminare tra le case in una notte di novembre, senza nemmeno una finestra illuminata, per rii e rii. Firenze è già molto avanti su questa china. Roma e Parigi si avviano per la stessa via. Quando la moda sarà cambiata e le orde sceglieranno altre destinazioni, lasceranno dietro di sé solo cartacce, bottiglie rotte, lattine e rifiuti come dopo un concerto di piazza. Ecco perché la città agostana è profetica. Vedo passare un orda di turisti grassi, sudati, in orribili pantaloncini corti e sandali coi calzini. Dall'altro lato della strada vuota un senzatetto defeca tranquillo, in pieno giorno, in pieno marciapiede.


L'ha scritto Marco alle 09:15 | Commenti: 1 | Trackback

27.08.03

Strade blu

Urgente bisogno di acquistare e leggere questo libro: forse sarebbe stato opportuno farlo prima della partenza, però magari anche oggi è il giorno prima di una partenza...


Blu è il colore che, sulle vecchie cartine d'America, distingueva le strade secondarie da quelle principali, segnate invece in rosso. Blu è il colore in cui quelle strade sfumano subito prima dell'alba e subito dopo il tramonto, quando sembrano aperte ed enigmatiche soprattutto per chi cerca di perdervi le proprie tracce. [...] Di strada secondaria in strada secondaria, egli va scoprendo un'America minore, decentrata, periferica, e la restituisce registrandola a tappe su un diario di viaggio, raccogliendo incontri e paesaggi, umori e istantanee come per mettere insieme i pezzi di un continente diverso da quello in disegno di mappe dimenticate

L'ha scritto Marco alle 19:09 | Commenti: 0 | Trackback

Dietro la curva del cuore

Apprendo da Marquant che il 15 settembre saranno a Milano - Festa dell'Unità - i La Crus, ho voglia di andarli a sentire. L'altra volta, a teatro, La costruzione di un amore è stato uno spettacolo da brividi, con le poesie di Pedro Salinas recitate da Ferdinando Bruni:


La Crus e Ferdinando Bruni: La costruzione di un amore

L'ha scritto Marco alle 18:56 | Commenti: 0 | Trackback

26.08.03

Saldi di fine stagione

Felpa di GapInteressa una svendita on line di Gap?

L'ha scritto Marco alle 17:00 | Commenti: 0 | Trackback

Il Grand Canyon, quello di marte

Valles Marineris: The Grand Canyon of Mars

Ormai vedo Grand Canyon da tutte le parti: nella foto c'è quello su Marte, la Valles Marineris; largo 600, lungo 6.000, profondo 8 chilometri (il Grand Canyon che ho visto io, in Arizona, è largo 30, lungo 800 e profondo 1,8 chilometri). [Viking Project]

L'ha scritto Marco alle 15:49 | Commenti: 0 | Trackback

25.08.03

I quartieri arcobaleno

Una strada di Nyc con i cartelloni del Pride
Prima Castro Street, poi Santa Monica Boulevard (numeri attorno a quota ottomila), infine Christopher Street: tre strade, tre quartieri, tutti arcobaleno. Poi penso a via Sammartini qui a Milano o al Gay Village di Roma e mi viene un po' da sorridere. Come dicevo qualche post più indietro, io non ho un'idea precisa sui quartieri gay: non so se siano - come dice qualche mio amico - un ghetto, non so se rappresentino in fondo solo un'ulteriore prova del fatto che la lotta per i diritti passa attraverso botteghe e sponsor, non so se mi piacerebbe viverci. So però che passeggiare per quelle strade piene di bandiere arcobaleno mi ha fatto sentire, posso esagerare?, come a casa. La stessa identica sensazione che provavo qui a Milano, quando cresceva di giorno in giorno il numero di bandiere arcobaleno della pace esposte per le vie della città. A casa perché mi riconosco. Nel secondo caso senz'altro: a casa perché sono contento di vivere in questa città. E a Sf, La e Nyc, a casa forse perché mi sento più sicuro, protetto e libero. Esistono peraltro differenze enormi tra le zone gay (e mi dispiace per le altre sorelle, ma l'uso del termine non è casuale: gli uomini sono apparentemente molti, molti di più rispetto alle donne e ai trans*) di queste tre città, almeno da quel poco che ho potuto notare in qualche ora di passeggio; in comune, una dominanza quasi assoluta della popolazione gay (un po' come a Chinatown per i cinesi), un costante gioco incrociato di sguardi, la sensazione di essere un po' sempre su una passerella, il clima serenamente rilassato. Anche a San Diego c'è un quartiere gay, che s. e a. ci hanno detto essere molto carino, ma s. e io non lo abbiamo visitato. Ci ha invece colpito molto il fatto che dietro corpi super pompati (e daltronde le proteine - e altri intrugli - in confezioni da 20/30 kg le vendono solo qui) ci siano atteggiamenti e pose molto femminili; nei molti film che s. e io abbiamo girato vedendo questo o quello (mangia da solo al ristorante perché gli è saltato l'appuntamento che aveva; esce dalla palestra e va a comprare la frutta e poi a casa a vedere un film; si prepara per un viaggio in Europa) dominava la frase "ma è donnissima" (Olona avrebbe detto "lamotroppo").
E poi Milano dunque. E l'Italia in generale. Non siamo tanto più indietro sul fronte dei diritti, gli Stati Uniti hanno un presidente come Bush e in posti come il Texas o l'Arizona non deve essere precisamente una passeggiata essere omosessuale, però nessuna città qui da noi dipingerebbe i lampioni con i colori dell'arcobaleno a indicare un quartiere gay. E non esiste nessuna Gay St (è proprio il nome di una via nel Greenwich a New York). E non esistono le pubblicità ultra mirate nei quartieri e nei quartieri non ci sono distributori di giornali gratuiti come il Bay Area Reporter (dal 1971 a San Francisco) o il Gay City News (a Nyc), entrambi quindicinali. Io continuo a non essere certo di che cosa penso realmente sui quartieri gay, ma mi sono convinto che per arrivare a pormi il problema anche qui a Milano, bisogna muoversi sulla città e nella città. E forse per deformazione professionale penso che un giornale sarebbe un buon punto di partenza; non certo i giornali gay che adesso sono nelle edicole, piuttosto un Tom cittadino e cartaceo, come si diceva qualche post fa.

L'ha scritto Marco alle 18:19 | Commenti: 0 | Trackback

24.08.03

www.vernissage.u db

E' quanto scritto su una maglietta bianca con disegni grigi che ho recuperato nel mio armadio (area magliette per dormire); segue testo: IBM Universal Database - Milano, 16 ottobre 1997. E' una delle centinaia di magliette di questo tipo che mi sono passate per le mani in questi anni. Ma tutti ne abbiamo qualcuna. Certamente esisterà anche la "Fratelli Pincopallino / Officine tecniche". Comunque, più ne possedete, meglio è per voi: spostatele subito dalla sezione magliette per dormire e mettetele in quella per essere strafig*, non prima di averle passate in lavatrice con un po' di candeggina e averle appese ad asciugare in modo che risultino poi il piu' stropicciate possibile. E poi usatele nelle occasioni più trendy della vostra settimana: è il vintage. A Los Angeles magliette del genere le vendono (usate, sporche e bucate) a 30/40 dollari. E più che in vendita sembrano quasi esposte in questi negozi solo apparentemente trascurati.
Noi eravamo attoniti e arrabbiati: se ce ne fossimo portate un po' dall'Italia, saremmo tornati più ricchi (i negozi in questione, ovviamente, comprano); o meglio, a. e io saremmo tornati più ricchi, s. e s. sono troppo chic per possedere magliette del genere. E quindi ora sono tagliati fuori dal vintage ;-)

L'ha scritto Marco alle 22:57 | Commenti: 0 | Trackback

23.08.03

I ricordi verso casa

Milano, interno giorno. E' giorno anche negli Usa, ma io mi addormenterei anche solo pensando a un letto. Non sono mai stato tanto tempo lontano da un computer, da Internet e dal lavoro. Lontano non solo fisicamente. Lontano, punto.
Il posto migliore per essere lontano penso proprio siano gli Stati Uniti. Adesso sono qui con le mie 9 t-shirt, i miei due Levi's 501, le mie tonnellate di carta per il quaderno di viaggio, le molte memory gift (che cosa vuol dire? lo scriverò nel quaderno) e - soprattutto - i nostri ricordi. I momenti sul Big Sur e al Grand Canyon, il lungo silenzio al tramonto, con il temporale e i bambini cinesi che urlavano. Molti di quei silenzi, di s. e miei, sono catturati anche da una ripresa fatta con la videocamera: in questo momento mi sento troppo stanco e inadeguato per tentare di spiegarli. Mi hanno accompagnato lungo il viaggio, mi restano oggi che sono tornato.
Non ho letto quasi nulla durante questo viaggio. Troppe cose da memorizzare, troppo poco tempo per tutto il resto.

L'ha scritto Marco alle 17:19 | Commenti: 0 | Trackback

21.08.03

Baci da New York

Hotel 30/30 interno notte. New York, viaggio quasi finito. Poco tempo per Internet a dire la verita'; scaricati 600 messaggi di posta e zero voglia di leggerli: se ci sono urgenze...meglio che mi chiamate sul cellulare. Non so che cosa dire su questa citta' e ci pensero' meglio quando saro' a Milano: la mia classifica resta San Francisco, New York, San Diego, Las Vegas e Los Angeles, ma Nyc sembra quasi un po' come fuori concorso. Oggi abbiamo camminato per ore, un po' con la testa verso l'alto a guardare i grattacieli, un po' con la consapevolezza che ci vorrebbero mesi per conoscere anche solo un piccolo quartiere. A Stonewall, dove e' iniziata la storia del movimento gay, c'e' un'opera a memoria di quesi giorni: statue di uomini e donne all'interno di un vero giardinetto, con veri homeless attorno alle raffigurazioni. La fotografia e' venuta quindi un po' paradossale, ma forse e' giusto cosi'.

L'ha scritto Marco alle 06:09 | Commenti: 0 | Trackback

16.08.03

Don't drink and drive

Siamo a L.A. il viaggio e' quasi finito. Immaginavo di trovare molte piu' possibilita' di collegarmi dagli Usa...ma in realta' qui sembra ci sia ancora piu' carta - centinaia di giornali di ogni genere, e ogni paesino ha il suo quotidiano - che Internet o forse semplicemente la Rete e' in tutte le case e quindi non servono punti di accesso pubblici.
Il racconto, quindi, al rientro. Per ora posso solo dire che il Grand Canyon e' uno spettacolo dal quale non riuscivo a staccarmi e che la gente di questo Paese e' in generale davvero gradevole. In Arizona non vendono alcolici e sigarette a chi ha meno di 30 anni, ci sono cartelli anche per dirti come si deve camminare, e ieri agli Studios sono entrato in una macchina del tempo dove la mia claustrofobia e' stata messa a dura prova.
Alla prossima tappa, da NYC. Se torna la luce.

L'ha scritto Marco alle 22:24 | Commenti: 0 | Trackback

06.08.03

Leoni

Dimenticavo l'incontro di ieri con i leoni marini. A centinaia in un angolo del molo di San Francisco, dicono arrivati qui dopo l'ultimo terremoto. Sono piazzati in gruppi di 15/20 su piccole piattaforme di legno e dormono, giocano - si buttano giu' dalla piattaforma e poi tornano su e poi si ributtano giu' - quasi a uso e consumo dei turisti; pero' invece sembrano molto naturali e contenti di stare in quel posto, che e' davvero molto turistico; decisamente la zona piu' brutta della citta'. Al ritorno dal molo abbiamo preso il 29, che qui si chiama F: e' proprio tutto identico ai tram di Milano, con tanto di pubblicita' e scritte. Un certo effetto attraversare San Francisco a bordo del 29.
Tra poco partiamo, anche se prima bisogna aspettare che a. e s. comprino i Levis, visto che anche loro sono rimasti colpiti dalla disponibilita' dei modelli nella lunghezza giusta....

L'ha scritto Marco alle 17:55 | Commenti: 0 | Trackback

Luci nella citta'

Oggi giro per il quartiere cinese e quello italiano (!), due citta' nella citta', con i nomi della via scritti in entrambe le lingue (Colombo Street / Corso Cristoforo Colombo). Nella zona italiana c'e' la City Lights Books, uno dei luoghi dove e' nata la beat generation. Forse la libreria piu' bella che mi sia capitato di vedere, disordinata e un po' sporca, piena di foglietti, avvisi, bigliettini, e libri naturalmente.
Un giro poi per acquisti da Levis, i 501 restano i migliori, a maggior ragione se si trovano anche della lunghezza giusta.
In serata cena a Berkeley, al ritorno la citta' dal Bay Bridge salutava piena di luci, con un po' di nebbia e una luna suggestiva a chiudere la cartolina.
Domani si parte, verso sud.

L'ha scritto Marco alle 09:48 | Commenti: 1 | Trackback

05.08.03

San Francisco

San Francisco e' una citta' che riconcilia con gli Stati Uniti d'America e con gli americani. Perche' non c'e' traccia di arroganza, imperialismo o altro. Gli abitanti sono cordiali e simpatici, molto disponibili e socievoli. La citta' e' davvero particolare, piena di quartieri uno diverso dall'altro e tutti vivi e vitali. E poi fa freddo e c'e' vento, l'aria profuma sempre di mare e spesso la nebbia avvolge la citta'.
Ieri siamo stati in giro in macchina, il Golden Gate e' emozionante, le magliette su Alcatraz un po' di cattivo gusto. Il quartiere gay (Castro) e' pieno di bandiere arcobaleno ovunque, la percentuale di etero in giro piuttosto bassa: discutevamo tra noi sul fatto che sia un po' un ghetto. Io non ho ancora un'idea precisa: se e' un ghetto, e' un ghetto che assomiglia piu' alla famiglia che al riformatorio.

L'ha scritto Marco alle 17:43 | Commenti: 0 | Trackback

04.08.03

Here we are

Arrivati, tutto bene. Volo Air France pessimo, stile sardine, servizio scadente; ma non ho usato l'En...e questo e' un bel risultato.
Frisco, scusate se la chiamo gia' cosi' in modo confidenziale, e' fantastica, e' vero che fa un po' freschino, ma nel complesso una meraviglia. Primi flash: gli homeless, i colori delle case, il profumo del vento, la gente molto simpatica. Ieri sera abbiamo mangiato da Pizza Orgasmica, imparando subito che qui bisogna cenare entro le 21, altrimenti ci si deve accontentare...

L'ha scritto Marco alle 19:54 | Commenti: 5 | Trackback

02.08.03

Leaving on a jet plane

Ultimo post italiano, il prossimo da San Francisco.

L'ha scritto Marco alle 17:51 | Commenti: 1 | Trackback

Compagni di viaggio

Email odierna di a. che si trova già a San Francisco:
Dimenticavo di dirti che qui a frisco fa un frisco della madonna, almeno quando si alza il vento. Suggerisco, assolutamente, golf di lana - di quelli che hai ereditato prima che ti saltasse il tappo in chiave vegetariana :-) - e giacca a vento.

L'ha scritto Marco alle 14:29 | Commenti: 0 | Trackback

Il comodino in valigia

Allora è deciso, ecco i libri di viaggio: Meridiano di sangue (Cormac McCarthy, Einaudi), Mr. Brother (Michael Cunningham, Bompiani), L'intruso (Brett Shapiro, Feltrinelli), Q (Luther Blissett, Einaudi), Gli scarafaggi non hanno re (Daniel Weiss Evan, Feltrinelli)

L'ha scritto Marco alle 11:29 | Commenti: 0 | Trackback

Il tempo che passa

orologio_bologna.jpg

Bologna, 2 agosto 1980, ore 10:25

L'ha scritto Marco alle 10:25 | Commenti: 0 | Trackback

01.08.03

Il nuovo Tom

E' on line da qualche ora la nuova versione di Tom. Dirò subito: a me piace molto. Si può discutere sui colori, può essere più o meno gradita la scelta della foto, ma non si può negare che il sito abbia stile, e per me è questo l'importante. Tom ha un suo stile e non a caso dice di sé: diverso da tutti.
Dirò anche di più: per me Tom può essere davvero la versione on line di quel periodico gay che manca in Italia. Chissà, prima o poi forse i tempi saranno maturi e anche gli investitori pubblicitari italiani avranno più coraggio, dando così un senso anche economico a un progetto che potrebbe essere già nel cassetto di qualche editore. E Tom secondo me avrebbe tutte le carte in regola per diventare anche un giornale, quel giornale diverso da tutti. Dopo i complimenti, una nota di delusione. A Tom manca un po' di movimento. Non nel senso del ritmo, ma nel senso dell'impegno - vogliamo chiamarlo politico?
E' sempre stato un suo punto debole, e nessuno può essere perfetto. Forse anche perché trattare certi temi con un certo stile, lo stile di Tom appunto, è difficile. Però oggi, che a mio parere è un giorno nerissimo per la politica italiana in generale e per la politica omosessuale in particolare (mi riferisco naturalmente al documento del Vaticano, che segue di qualche settimana il decreto di recepimento della direttiva 2000/78: in un mese due pietre tombali sui nostri diritti), oggi Tom doveva essere diverso. Doveva mostrare un segno tangibile del nostro sconcerto e della nostra rabbia. Perché sono nostri, vero?

L'ha scritto Marco alle 19:10 | Commenti: 2 | Trackback

Resistere, resistere, resistere

La copertina de Il Manifesto dell'1/8/03

L'ha scritto Marco alle 12:27 | Commenti: 1 | Trackback