Quattroruote e Repubblica Motori si schierano al fianco dei ciclisti, quelli che smettono di andare in bicicletta. Un brutto caso di giornalismo schierato e disinformato

La sezione motori di Repubblica dà finalmente spazio al tema della sicurezza dei ciclisti, lo fa rilanciando una campagna che Quattroruote ha deciso di proporre nell’ultimo numero. Finalmente! La limitazione della velocità delle auto? No. La diffusione capillare delle Zone30 nelle città? No. Sensori di sicurezza per Tir e autoarticolati che risolvano il problema dell’angolo cieco? No. Niente di tutto questo, i due prestigiosi giornali hanno deciso che la sicurezza dei ciclisti può essere garantita dall’obbligatorietà del casco.

Il direttore di Quattroruote, Carlo Cavicchi, e il caporedattore di Repubblica Motori, Vincenzo Borgomeo, non hanno dedicato nemmeno un secondo a una banalissima ricerca su Google dalla quale avrebbero potuto farsi un’idea di che cosa stavano parlando. Si sono invece basati sull’approccio “a naso”, che spesso funziona, ma quando fa cilecca ti espone a pessime figure. Non sanno di che cosa parlano, tutto qui. E ci sta, si occupano di automobili.

Il giornalista di Repubblica, poi, fa un vero capolavoro quando afferma di non voler entrare nella polemica nata dalla risposta di #salvaiciclisti (movimento del quale anch’io faccio parte, giusto per trasparenza):

Solo una cosa però: siamo stupiti dai toni dell’associazione di chi pedala. Una violenza inaudita e inaspettata da chi pratica la filosofia dolce della pedalata, del rispetto della natura e degli altri. Toni e temi – fra l’altro – identici a quelli della lobby delle moto e degli scooter che per anni ha contrastato l’introduzione del casco per i cinquantini. Toni e temi, per concludere, che non sembrano cercare una qualche forma di dialogo. Un dialogo necessario da tirar fuori quando in Italia muoiono sulle nostre strade ogni anno il doppio dei ciclisti che partecipano al giro d’Italia.

Allora: #salvaiciclisti non è un’associazione (e il suo giornale dovrebbe saperlo bene, visto che ha seguito e sostenuto la campagna fin quasi dall’inizio); violenza inaudita?!; non pratichiamo nessuna filosofia dolce, ma andiamo in bicicletta, cioè usiamo un mezzo di trasporto (ah già la filosofia serve per non ammettere che si tratta di un mezzo concorrente all’automobile); il caso delle moto e degli scooter e anche delle cinture di sicurezza non c’entra nulla, e qui appunto serve informarsi un minimo e non avere la presunzione di sapere già tutto; ha ragione quando parla del numero di ciclisti morti sulle strade, anche se omette di dire come muoiono questi ciclisti, chi li investe e come e perché. Verrebbe quasi voglia di segnalare il tutto all’Ordine dei giornalisti, siamo proprio alle basi: informarsi prima di scrivere.

Stesso discorso vale per il direttore di Quattroruote: non sa di che cosa parla e ha lanciato una campagna che nella migliore delle ipotesi è solo demagogica, nella peggiore si inserisce in quell’azione di lobby trasversale che punta a rendere il casco obbligatorio per favorire alcuni produttori e disincentivare l’uso della bicicletta (lo so, il paragone con le moto, eccetera: vale il discorso di cui sopra, è un argomento nel quale la scienza del naso non funziona, bisogna fare qualche sforzo in più).

Ma poi, davvero, pensate di essere credibili a parlare di biciclette? Sono sicuro che non avete nulla contro i ciclisti, e anche voi avrete parenti e amici che vanno in bicicletta – o anzi “anch’io uso la bici, eh?!”, però una leggerezza del genere su un argomento così serio è imperdonabile per due giornalisti nella vostra posizione. Il casco obbligatorio non migliora la sicurezza dei ciclisti, questa è la conclusione alla quale arriverete anche voi se e quando dedicherete qualche minuto del vostro tempo a informarvi.

Marco Mazzei
Biciclette, Milano, viaggi e stelle.

3 Comments

  1. ma il casco non cambia niente, è una precauzione blandissima adottata in paesi dove cmq i ciclisti hanno a disposizione spazi e semafori per loro e dove al massimo si può cadere per distrazione propria

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