La faccia pulita di quelli che stanno facendo la rivoluzione

Sono in treno, sto tornando da Roma dove ieri si è svolta la trionfale mani-bici-festazione della campagna #salvaiciclisti alla quale sono fiero di aver dedicato tanto di me in questi ultimi tre mesi. La mia bici è qui vicino, ho le mani sporche di bicicletta come sempre da quando una passione è diventata qualcosa di più e di diverso.

E che cosa sta diventando quella passione l’ho capito meglio nel corso di questo eterno weekend romano: il tempo è stato spesso dilatato, molti di noi già sabato all’alba erano svegli e contavano i secondi che mancavano alle 15. Alle 11 eravamo ai Fori, per valutare le ultime cose, poi ci siamo detti “che cosa facciamo qui fino alle 15? tanto vale andare in ciclofficina”; e poi, in ciclofficina, a mezzogiorno ci siamo detti “che cosa facciamo qui fino alle 15? tanto vale andare ai Fori”. Non tanto l’agitazione per l’evento, comunque forte per gente che di mestiere non convoca manifestazioni nazionali, quanto l’impazienza di capire se quello che molti pensavano e tutti speravano si sarebbe verificato: la rivoluzione, il suo inizio.

Così è stato, la rivoluzione è iniziata. Non sarà questione di giorni, ma questo Paese lo cambieremo, proprio partendo da ieri. E quando dico che noi lo cambieremo non penso a un gruppetto di blogger e nemmeno ai 50.000 dei Fori; penso a tutti quelli in giro per l’Italia che col più semplice dei gesti, andare in bicicletta appunto, stanno facendo qualcosa di rivoluzionario. Ci saranno le battaglie fondamentali per la sicurezza, per le Zone30, le corsie ciclabili e quant’altro, ma alla fine il risultato sarà uno solo: un Paese che chiude con la cultura dell’automobile e apre un nuovo capitolo.

Perché l’automobile non è più un diritto (lo spazio è finito, almeno nelle città: mi spiace ma non hai diritto di occupare anche il mio), non è bella, non è veloce, non è economica, non è silenziosa, inquina, sporca, consuma, fa rumore, costa un sacco di soldi. Almeno metà, più della metà, delle persone che usano abitualmente l’automobile a Milano non ne ha davvero bisogno: potrebbe usare mezzi alternativi, spendendo meno e arrivando prima.

L’ho capito nel corso di questo weekend romano perché senza dirlo, senza che ci dicessimo nulla di esplicito, l’ho letto negli occhi degli amici che ho finalmente potuto conoscere dal vivo e abbracciare: questa campagna ha la velocità e l’efficacia della Rete e la concretezza e la solidità del telaio di una bicicletta, ecco la sua forza. E persone con le mani sporche, la faccia pulita e una gran voglia di farla, quella rivoluzione lì.

Marco Mazzei
Biciclette, Milano, viaggi e stelle.