A tutti noi che lavoriamo sul web: il dubbio

Ma ha davvero senso mettere la nostra faccia, il nostro nome, la nostra reputazione, i nostri blog, i nostri Twitter al servizio di questo o quel cliente / partner / sponsor / inserzionista / whatever? Cioè, sono nostri o sono del nostro datore di lavoro? E a lui, al nostro datore di lavoro, nel caso conviene davvero?

Io non ho risposte. Da un lato oggi mi sembra che davvero sia tutto un po’ troppo, mi sembra di vedere le nostre facce ricoperte di etichette. Sono Marco o sono il salamino di battipaglia? E tu sei tizio o sei il suo dentifricio? Dall’altro penso che anche per il salamino di battipaglia potrebbe essere rischioso essere associato a qualche titolo con me, che magari poi per un mese scrivo di cose noiose o decido di ri-diventare vegetariano o chissà.

Insomma, non so voi, ma io inizio ad avere il dubbio che ci fosse una soglia non scritta e non detta che non avrebbe dovuto essere superata e che invece adesso siamo davvero andati oltre.

PS: signor Paluani, mi perdoni, non è vero che odio il Natale, scherzavo!

Marco Mazzei
Biciclette, Milano, viaggi e stelle.

11 Comments

  1. Secondo me in Italia manca l’etica di base, la cultura del disclaimer e della trasparenza. Ho visto post sponsorizzati dove c’era un semplice link e non c’era scritto “mi hanno fornito il prodotto gratis”, oppure dove si parlava in lungo e in largo di omaggi come se fossero acquisti spontanei…
    A me queste cose non piacciono molto e secondo me servirebbe chiarezza. La pubblicità va bene, ma basta che sia chiaro a tutti che quello che sto leggendo è un messaggio pubblicitario e non un racconto spontaneo.

  2. Credo che Marco stia facendo un discorso un po' più radicale.
    Indubbiamente il "social marketing" lavora molto sul fatto che $personaX *dica in prima persona* di usare tale prodotto. Ma ultimamente sta diventando un'invasione.
    Tanto che i twit e i post "di contenuto" vengono subissati da post che promuovono questo o quel prodotto.

    Su twitter, poi, è diventata una malattia. Periodicamente c'è un eventoX che monopolizza la timeline.
    E questo pone due domande:
    1. Quelli che lo fanno per lavoro vengono pagati abbastanza, per diventare "sponsor" (con tanto di faccia) per il prodotto o il marchio x?
    2. Quelli che non lo fanno per lavoro sono coscienti di fornire una pubblicità gratis senza niente in cambio?
    3. Le agenzie di comunicazione sono coscienti che siamo arrivati alla sovraesposizione?

    1. Sul punto 3 posso assicurarti che non siamo affatto arrivati alla sovraesposizione, perché i risultati sono notevoli. Non facciamo il solito errore di confondere il nostro orticello con il resto del mondo :-)

  3. Il discorso è molto ampio. Per esempio, io lavoro per Azienda X, anche grazie al mio impiego mi costruisco un certo seguito, che poi mi porto via andando a lavorare per Azienda Y. O ancora, i miei amici che stanno taggando ogni post con un prodotto o evento, alla lunga, mi infastidiscono? li seguo per avere questa sovraesposizione di hashtag? quell'hashtag è sincero o indotto? ma soprattutto, quando si smette esattamente di lavorare, dove si sono spostati i limiti? quand'è che il mio twitter corrisponde alla mia vita personale e quando invece diventa un mezzo di sponsorizzazione del mio o dell'altrui lavoro? questi mezzi di comunicazione stanno ancora dicendo qualcosa di me?

  4. Le domande che pone gattonero sono molto interessanti e direi basilari… È anni che ci rifletto e non ho ancora trovato una risposta unica, ma cerco di seguire la mia coscienza e non sapere sr comunque ho fatto “giusto” o meno :)

  5. Gattonero, però se come esempio mi fai gli eventi andiamo fuori strada: il live blogging dagli eventi (come quello che ho fatto stamattina dallo Iulm) è un servizio per chi è restato a casa, la pubblicità gratis è veramente un problema relativo.

    1. Mah, mafe… con "eventoX" mi riferisco anche e soprattutto a "eventopubblicitarioX". #visitculandia, #faiilsugoconpomì, #techaperitivobymarchiotech… non sarà troppa roba?
      Non è il liveblogging, ma il "wow, c'è un nuovo meraviglioso evento di marketing a cui io blogger partecipo".
      Alla fine tutto diventa annacquato, perché un evento ripetuto periodicamente non è più un evento: è routine.

      1. (Se scrivo cazzate non è perché io sia solito scrivere cazzate – ma quando mai, ma vi pare? – quanto per la mia influenza. Ci tengo a dirlo per la mia immacolata web reputation)

      2. Seguiamo persone diverse :-)
        Davvero, non per cavarmela con la solita formuletta, però le persone che seguo se twittano anche da quel tipo di eventi mi dicono qualcosa che mi interessa, credo che la differenza sia tutta lì.

  6. In genere io se parlo di una qualsiasi cosa è perché ritengo possa essere utile/interessante: vendere questa cosa non ha senso, ma lo dico da talmente tanto tempo che mi sono annoiata da sola :-)

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