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Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi

Marco, ti candidi?

Ma tu ti candidi? È stata una domanda ricorrente in questi mesi ogni volta che si parlava anche lontanamente di politica. Una domanda che non capivo mai se posta con entusiasmo o preoccupazione. Chissà.

Mi candido? Davvero non lo so. Però la domanda mi ha fatto riflettere sulle prossime elezioni e su quelle passate, ho provato a mettere in fila una serie di cose che sono successe e a mettere a fuoco temi che ai tempi mi erano sfuggiti.

Non voglio ripercorrere i giorni e le ragioni della mia candidatura del 2016, Alessio ha già raccontato tutto benissimo in un post (Dalla promessa al prototipo. La campagna Marco Mazzei X Milano. 1000 voti x la felicità urbana) e quindi se a qualcuno dovesse interessare sapere che cos’è successo e perché trova tutto lì, ma voglio al contrario raccontare perché per me è stato un momento straordinario e di conseguenza perché credo sia difficile si possa ripetere.

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Biglietti di notte

La mia età di normale ipocondria l’ho avuta, e superata brillantemente, alcuni anni fa. Come tutti i maschi circa quarantenni mi agitavo per ogni minimo dolore intercostale, il mal di pancia era sempre anticamera di una colica, il mal di testa non ne parliamo nemmeno. Soffro d’asma, soffoco. Ho fatto sicuramente un sacco di esami inutili, prenotato visite specialistiche “lei sta benissimo”, comprato medicine che tanto male non faranno. Poi i quarantanni sono passati, ho imparato a invecchiare senza pensare ogni giorno al dramma, e come tutti – o come tanti – sono uscito da quella fase di ossessiva prevenzione per entrare in quella della serena rassegnazione.

Al North Rim un lodge letteralmente sul bordo del Gran Canyon: fuori da quei finestroni, l’infinito.

Per questa ragione quando l’anno scorso il mio amico Bruno mi ha diagnosticato questo prolasso della mitrale l’ho presa bene, quasi mi è venuto da ridere pensando a come invece avrebbe reagito il Marco di 15 anni fa di fronte a una valvola del cuore che “vedi, non si chiude più perfettamente“.

Ah, ecco, sì: si vede proprio.

 

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Una felpa blu e come sentirsi improvvisamente a casa

La mia felpa blu della Fruit of the loom, una lunga storia insieme

Ho scritto un sacco di post sulla maratona di New York (l’arrivo, e sei cartoline: 1 2 3 4 5 6) ma non ho parlato da nessuna parte della mia felpa blu.

Era più o meno la fine degli anni Ottanta, via Venini era ancora una via bruttina della grigia periferia milanese, forse aveva appena aperto l’osteria pugliese – che io considero in qualche modo l’avanguardia dell’offerta internazionale e multiregionale di cucina della città di Milano come la conosciamo oggi. In via Venini c’era un negozio, International Shop, che era il punto di riferimento per chi cercava jeans e t-shirt. So che fa ridere pensarlo oggi che tra e-commerce e diffusione globale dei brand tutto si trova ovunque, ma appunto 30 anni fa un certo tipo di abbigliamento, certe marche, erano fuori dai circuiti di massa.

International Shop era forse negli anni Ottanta quello che oggi è Urban Outfitters, a grandi linee.

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Il 2017: un anno in salita, e non è ancora finita

Ci sono gli anni bisestili e quelli che passano via in un lampo. Quelli con Saturno contro e quelli quando cambia qualcosa. Ci sono anni di traslochi e di promesse. Di una bicicletta nuova e di altre elezioni. E poi c’è il 2017: questo è stato un pezzo del mio.

È stato un anno strano, per me. Di quelli che alla domanda di circostanza come stai? avresti quasi sempre voglia di rispondere abbastanza male ma poi non lo fai. Perché in fondo non lo sai nemmeno tu perché. Non lo sai perché non ti senti mai davvero bene, e più cerchi di capirlo più non ti senti proprio bene.

Io sono sempre stato una persona inquieta. Un senso di perenne ricerca di qualcosa che nei momenti positivi è curiosità, progetti, propensione al cambiamento, in quelli negativi è una via di mezzo tra l’ansia e la depressione, un’irrequietudine (o irrequietezza? chissà, comunque, ecco nel 2017 se esistono le ho passate entrambe): ecco, mi sento così, con poca curiosità e molta ansia, e non lo so come mai. E cercando appunto il perché ho capito che cosa mi faceva stare meglio e che per tante ore mi ha regalato una pausa di tranquillità tra un momento e l’altro: andare in bici in montagna.

Lo so che l’ho già detto, e lo so che lo si era già capito, ma nel 2017 non sono stati solo la bici e la montagna. Nel 2017 mi hanno fatto stare bene le giornate che iniziavano staccando i dati dal cellulare, preparando una borsa dove a mano a mano ho imparato a mettere solo le cose davvero indispensabili, prendendo un treno, respirando all’improvviso un’altra aria e un’altra storia, iniziando a pedalare con la sorpresa di vedere un pezzo di mondo nuovo, con Quell’Altro là davanti a tenermi attaccato a quello del mio mondo che mi piace. Nel 2017 è stata l’idea che poi in cima c’è sempre un rifugio, godersi il piacere leggero di una fatica intensa, c’è una fetta di torta e prepararsi poi per la notte che è quasi sempre fresca.

Nel 2017 ho fatto tante salite nuove per me, che bisogna sempre esplorare e cercare di andare più in alto e più lontano, tante che se le elenco mi sembrano ancora di più: la Conca di Crezzo, il Colle Zambla, il Passo Selvino, il Monte Penice, Pian dei Resinelli, il Cornizzolo, il passo del Bernina da Tirano, il Monte Lesima, il Balcone d’Italia, il Passo Agueglio, il Passo San Marco e poi Giau, Falzarego, Tre Cime di Lavaredo, Tre Croci, Valparola, Gardena, Sella, Pordoi, Campolongo, San Bernardino, Torri di Fraele, Gottardo, Furka, Novena, Julier, Albula, Crocedomini.

Quell’Altro là davanti a tenermi attaccato a quello del mio mondo che mi piace.

Nel 2017 ho pedalato tante volte sull’amatissimo Stelvio, ho toccato con mano la meraviglia del Nivolet, mi sono coccolato con i tornanti dello Spluga e del Maloja, e alla fine ho messo il bollino anche sul Mortirolo, ma questo – devo dirlo – quasi più per dovere che per piacere. E sono anche stato tante volte a Morterone, il paese più piccolo d’Italia in cima a una delle mie salite preferite: aspra, isolata, silenziosa.

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